144. L'amore che guasta, ma anche l'amore? basta, ma anche l'amore e basta di giuseppina ferrero & tiziano ferro.
Non vorrei farti soffrire. È questo il leitmotiv, lurido e sporco, che capita di questi tempi.
Di questi tempi pare che le persone ti guardino in faccia e pensino: soffre, non voglio aggiungere sofferenze ad altre sofferenze.
La sofferenza appartiene a due categorie di persone: quelle totalmente inconsapevoli e quelle consapevoli fin troppo. Mi correggo. La sofferenza appartiene di natura a tutti, ma una persona mediamente attrezzata la sa accettare esattamente come accetta lo spegnimento di calorifero alle 23 in punto, e la lenta, inesorabile decomposizione del latte parzialmente scremato. La sofferenza deve essere presa con freddezza, con sobrietà, come un'inevitabile esperienza umana né più né meno di tutto il resto. E invece, c'è gente che pare si preoccupi addirittura delle altrui, di sofferenze.
Io non ho mai detto a nessuno, nemmeno alla persona più infima di questa terra, "non vorrei che tu soffrissi". Mi sembra una questione di rispetto. E io rispetto sempre l'altro, perché in famiglia mi hanno insegnato l'educazione. E poi diciamo le cose come stanno, a nessuno interessa il grado di sofferenza altrui, semmai si è interessati al proprio.
Le cose accadono e basta, gli strascichi la gente li aggiunge quando non ha niente di meglio da fare, quando non ha un lavoro da preparare, quando non ha un libro da leggere.
Mi sembra che gli utilizzatori di questa frase pecchino di un'ingiustificabile arroganza e nel contempo di stupidità infantile. Perché bisogna essere stupidi forte per utilizzarla, o pensare che l'interlocutore non sia intelligente abbastanza per non capire che dietro quella frase ci sta solo un significato: vorrei una prestazione sessuale veloce e indolore e senza strascichi, ma nel contempo non vorrei svegliarmi il giorno dopo con un problema in più tra i piedi, e non vorrei che tu pensassi che la prestazione sessuale era per te e per me, giacché era per me e basta. Intere generazioni cresciute con i film di bertolucci e a questo ci riduciamo. A giustificare ancora le nostre azioni, a sopire ancora i sensi di colpa, i distaccamenti dalle regole etiche e morali di secoli di cristianesimo sui pori della nostra pelle. A questo siamo ridotti. Proporrei a chi cerca prestazioni di qualche minuto un nuovo modello comunicativo, una traslazione di significante, un linguaggio chiaro e diretto di comunicarsi previa-durante-dopo la cosa. Possiamo anche infiocchettarlo, mettendoci di comune accordo, e anche con fiocchetti filmici: "non vorrei che finisse come un film di mediaset".
Così ci capiamo, annuiamo, fine del problema. Al mondo c'è ancora troppa gente che soffre per sentimenti & emozzioni. Bisognerebbe incarcerarli, perché sono loro che poi fanno dire a certi dementi frasi come "non vorrei farti soffrire", "per me è stato solo un giuoco", "rimaniamo buoni amici". Dio mio, che orrore lessicale, e quanta laura pausini in tutto questo. E che pochezza interiore. Che mancanza di compostezza. Che sciatteria intimistica. Che poca sobrietà.