139. Il tempo materiale o anche giorgiovasta mi ucciderà a sprangate o anche io con giorgiovasta ho un rapporto di amore e odio: io amo lui incondizionatamente e se mi dice buttati nel burrone lo faccio. Lui poi scenderebbe nel burrone e mi prenderebbe a sprangate.
Premessa con breve divagazione sui maestri della mia vita.
Giorgio Vasta ha il suo stile, e questo lo sa chi lo ha letto o lo ha sentito parlare. Ha il suo stile, la vastanarrazione, che per immagine è come un bimbo che lancia un sasso nell'acqua e da lì il sasso procede a salti e per ogni salto partono dei cerchi, in un movimento che - se non fosse per motivi tecnici, materiali - potrebbe anche essere infinito. Per un mese ho contato i giorni dall'uscita del suo romanzo, esasperando i librai della mia città con le mie invadenti insistenze. Poi un giorno il vastalibro è arrivato e io ho quasi avuto paura di incontrarlo. Non mi capita spesso di attendere fanaticamente l'uscita di un libro. Temevo che il libro non mi piacesse e nel contempo volevo che mi piacesse così come mi piace il vastainsegnante, il vastamaestro, il vastaconferenziere.
Dico vastamaestro perché io storicamente ho alcuni li maestri miei tutti maschi, che prediligo e venero iperbolicamente e periodicamente (qui ci sarebbe una parentesi sulle maestre, ma è molto complicato). Ho sempre avuto un bisogno freudiano di cercare maestri, li ho cercati con più fervore e più metodo delle donne che cercano un uomo da amare o di un bimbo che cerca il latte materno. Ne ho avuto bisogno a sei anni e ne ho bisogno anche oggi, e quando incontro una persona più vecchia di me e più intelligente di me ritaglio la sua faccia e la accosto ai miei tre maestri storici. Per queste persone io nutro un amore incondizionato, asessuale, puro e senza secondi fini. Avere un maestro non è una prassi da protocollo ministeriale e neppure la Gelmini potrebbe inventarsi una legge ad hoc. Ho sempre pensato che la scelta non dipendesse neppure dal lecchinaggio o dal grado di confidenza che un allievo cretino sa crearsi con il professore sbrodolando simpatia. Bisogna avere un talento per farsi scegliere, per avere un'affinità elettiva con il proprio maestro rispettando la giusta distanza. Ma se non avete talento fate come me: i maestri sceglieteveli voi e costringeteli brutalmente con la forza.
I miei tre maestri storici non si conoscono, ma per le loro caratteristiche, sebbene perfetti nella loro individualità, si compensano l'uno con l'altro andando a formare insieme le tre virtù cardinali: precisione, freddezza, temperamento. Li penso spesso insieme su una nuvoletta azzurro scuro, a triangolo, dove al vertice sta il più anziano per mia conoscenza. Che è un veneto professore torquatotassiano e colma i miei istinti repressi di precisione maniacale mai raggiunta. Ho sempre desiderato che lui mi scegliesse idealmente come sua allieva prediletta, come le scolarette di primo banco perfette e odiose, ma alla fine io e il mio pressapochismo non avevamo tempo di coltivare un qualche talento da apprezzare, e perciò siamo stati noi a scegliere lui, e così per il maestro numero due.
Il rude maestrovasta lo scelsi subito dopo che stroncò un racconto mio anno 2001, intitolato "thé verde" (e la giorgiosatira non si dilungò tanto sull'orribile storia, incentrata su una giovane aspirante suicida con problemi adolescenziali. Tutt'altro: il suo problema, che poi si tramutò nel mio attuale problema, fu nella parola stessa. In questo caso "thé"). Quel giorno facevo di tutto per stabilire un contatto con lui; avendolo io scelto come maestro volevo almeno farglielo sapere. Addirittura ricordo che feci una cosa contro la mia natura: intervenni tre volte in un dibattito in corso, in un'aula strabordante (più di sette persone). Volevo dimostrargli di essere degna di diventare una sua seguace e allieva. Non avevo nessuna intenzione di mollare la presa, nonostante lui avesse scelto come interlocutrice preferenziale una giovane scrittrice romana con l'accento marcato. E ancora giorgiovasta stroncò brutalmente i miei interventi e forse in lui ci fu anche una sottintesa stroncatura della mia parlata veneta, e così io ebbi in odio tutto l'impero romano e implorai i barbari per una devastazione completa, un incendio gigantesco, di Roma tutta. Era l'anno duemiladue, l'anno in cui decisi che entrava nella nuvoletta anche il mio terzo maestro. Di lui non parlo mai, perché è più di un maestro, è quasi un padre. E questo basta.
Approfondimento
Sulla potenza del giorgiovastismo: un giorno mi trovavo nello stesso albergo di giorgiovasta e non ricordandomi il nome dell'albergo chiedevo ai passanti "scusi mi dice la strada per l'albergo di giorgiovasta?" Beh, vi assicuro che le indicazioni me le davano e credo che ora stiano cambiando il nome sull'insegna. E ancora sul giorgiocentrismo: avevo sbagliato per la terza volta a prendere un biglietto del treno. Il terzo cambio di prenotazione l'ho fatto a due minuti dalla partenza e me l'hanno fatto solo perché ho detto allo sportello "devo prendere il treno che deve prendere giorgiovasta". Finisco qui perché immagino che sappiate tutti com'è andata quando ho chiesto da quale binario partiva il treno giorgiovasta-milano. Che nel frattempo da binario 6 è diventato binario giorgiovasta.
Approfondimento autoesegetico
Se qualcuno leggesse veramente questo intervento potrebbe chiedersi cosa c'entra questo intervento con salmone. Il mio storico maestro tra i vari nomignoli mi aveva incollato addosso quello di lumicino (un altro, tra i meno mortificanti, è calimero). Mi suggerì di scrivere su un blog invece di rompere le scatole a lui, e così io su lumicino iniziai parlando di joseph conrad, e lui fece uno sbadiglio e io cancellai tutto, e pescai un salmone, che prese a insultarmi lui. E giorgiovasta, vedendo la violenza del salmone contro di me, disse che quella violenza contro di me era cosa buona.
