Lumicino

s. m. 1 dim. di lume | cercare col lumicino, (fig.) cercare con molta cura e pazienza qualcosa difficile da trovare | essere, ridursi al lumicino, (fig.) agli estremi, in fin di vita; detto di cosa, stare per finire (dall'uso di mettere un lumino vicino al letto dei moribondi): i nostri risparmi sono ormai al lumicino 2 lumino funebre.

31/01/2009

148. Per una fine

[...] Al semaforo sento toc toc dal finestrino. Apro la portiera e vedo mio salmone domestico salire. Allora non sei tornata da Pessoa Rodriguez Pontormo? No, gli rispondo, sto andando a casa. Però, mi dice sogghignando, sei davvero imprevedibile. Va bene, ho capito, quando arriviamo a casa giochiamo a monopoli.
Pensavo che te ne fossi andato per sempre, gli dico. Pensavo anche io, mi dice, solo che poi ho pensato anche che tu non saresti stata in grado di salire la collina in retromarcia; che sei noiosa e abitudinaria, e quindi saresti scesa, lasciando le tue metafore in balia dei venti. Allora sono tornato. E poi ho pensato che non ti avevo neanche costruito una sagoma di me stesso come regalo di addio. Me ne vado tra un po' dai. Però prima lasciami un preavviso, gli dico. Di quanti giorni? Mi dice. Facciamo tre mesi, come i contratti. Tre mesi sono troppi! Mi dice. Due mesi e la promessa che non mi mangi più le bozze di Rotoli. Un mese e nessuna promessa, risponde. E così via, fino a casa. Nel mio giardino le Sagome ci stavano aspettando per un'altra domenica di discussione.
Avrebbero chiamato i due avvocati per andare a vedere qualche mostra. Avrebbe chiamato Madrelinguaspagnola per raccontarmi del suo ultimo viaggio, sarebbe passato Project-manager per projectare e managerizzare la settimana. Poi, verso mezzanotte, sarebbe venuto a trovarmi Pessoa, per dirmi che zia Speranza gli aveva dato un'idea per il futuro, che potevamo fondare una società per scrivere lettere d'amore agli innamorati. Come quella fiaba dei vestiti del re!, gli avrei risposto io, potremmo vendere lettere d'amore non scritte e dichiarare che possono essere lette solo da persone davvero innamorate.
Infine sarebbe arrivato il mattino, e sola sulla scrivania avrei continuato a scrivere lettere d'amore completamente bianche. E mio salmone domestico, senza la minima perplessità, sarebbe stato l'unico su tutta la terra a dire che sì, quelle lettere in effetti erano le più belle sull'amore mai scritte.
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Zero. Mio salmone domestico

Pessoa Rodriguez Pontormo, detto anche Pessoa, ha ventiquattro anni, si tocca sempre la barba e comunica solo attraverso mugugni e lamenti.
Il fatto è, mi dice, che non credo più a niente. Non voglio più vedere nessuno, non ho più neanche le forze per innamorarmi. Capisci, mi dice, non riesco neanche ad uscire di casa. Se tutta la vita è solo questa, se mi disilludo ora all'età che ho, cosa mi rimane tra dieci anni, sposarmi e fare un figlio? Un figlio, penso, io a lui non ce lo metterei mai in mano. Mi appellerei a qualche tribunale speciale per i diritti dei suoi figli, e glieli porterei via, ecco magari non li tirerei su neanche io, ma glieli porterei via intanto.
Zia Speranza, mi dice, mi ha consigliato di fare un viaggio. D'accordo, ma dopo il viaggio cosa faccio? Torno a casa mi sposo e faccio un figlio? Senti, gli dico, adesso è tardi e devo andare. E poi, scusa, è necessario che mi racconti ora i problemi che avrai tra dieci anni? Se fai così li devo ascoltare due volte. Pessoa Rodriguez Pontormo sembra non ascoltarmi, rimane zitto, pensoso. Però, mi dice, potrebbe essere che un figlio lo faccio prima. Potrebbe essere che mi sbaglio e faccio un figlio. A quel punto, se non ne parliamo oggi, cosa servirà fra dieci anni quando lui sarà alle elementari?
C'è un altro fatto, mi dice, che ti devo proprio raccontare. Di notte sento le voci. Sento un campanello e subito dopo la musica di Via col Vento. No, non dormo con la televisione accesa. Temo che sia un brutto segno, perché se fra dieci anni anche i miei figli sentiranno le voci zia Speranza non potrebbe mai perdonarmelo.
[...]
Prendo le mie cose e me ne vado. Pessoa Rodriguez Pontormo abita su una collina. Quando esco dal cancello ho sempre paura di rompere la macchina. Scendo per la strada sterrata, scendo in prima, con brusche frenate, compio eroiche manovre ad ogni curva, cerco di non perdere gli specchietti e di evitare i cespugli. All'ultimo tratto di strada sento qualcosa di viscido toccarmi una spalla. Inizio a gridare. Mi ritrovo a testa in giù. Due occhi giganti mi fissano.
L'ho conosciuto così, in una sera d'agosto con le cicale, in una macchina capovolta su un campo di grano, con qualche frattura e un taglio sulla fronte, spaventata, e la sensazione di essere scampata alla morte.
Sei un incosciente, gli urlo schiacciata sul tettuccio. E lui, aggrappato allo schienale, mentre continua a prendere botte alla fronte sbattendo sul cambio, si avvicina e mi dice le sue prime parole: «Posso diventare il tuo salmone domestico?».
Quando riapro gli occhi sono su un'ambulanza. Vedo il salmone aggrappato all'asta di ferro della flebo. Mi dice peccato che non hanno usato il defibrillatore, perchè è una cosa che ho visto solo nei film. Sono terribilmente stanca e confusa, richiudo gli occhi e sento solo il rumore lontano di una sirena. Salmone balza giù e torna a parlare. [...]
Lei è un parente stretto? Sento appena fuori dalla stanza. Conto i cassettoni di plastica sul soffitto, sì sono il suo salmone domestico, risponde lui, le tende sono di un orribile verde, è stato un brutto incidente, dice il dottore, un crocifisso appeso al muro, ma non è grave, si riprenderà presto, se vuole puo' andarla a trovare già ora, no, gli risponde salmone, faccio prima un giro negli altri reparti. Lei sa dove posso trovare un vero defibrillatore?
Poi sento scuotermi. Scusa se ti ho svegliato, mi dice salmone, ma mi annoiavo a morte. Lo sai, mi dice, in questo posto si mangia come gli inglesi. Alle sei in punto e guai a chi sgarra. Con il pollice indice formo una pistola e faccio bang. Mio salmone scende dalla sedia e mi dice, dov'è che ti fa male? Io gli indico il braccio, lui si avvicina e mi dà una testata proprio lì.
Insomma, mi dice, sento che andremo molto d'accordo. Dov'è che abiti? Spero non sia in una strada troppo trafficata perchè io odio i rumori. Immagino che vorrai sapere chi sono, da dove vengo. Io gli faccio no con la testa, e per farlo stare zitto gli dico passami il mio telefono. Vedi, mi dice, qualche anno fa ho abbandonato il branco di salmoni che risaliva il fiume Po, chiama Pessoa, gli dico, e chi è, mi chiede salmone, senti, gli dico, chiedigli di venire qui per liberarmi di te.
Come liberarti di me, dice salmone, cosa vuol dire? Vuol dire che appena esco di qui non ti voglio più vedere. Questo no, mi dice salmone, questo non è possibile, io vengo a casa con te, ho la legge dalla mia parte. Non è vero, gli dico, chiamerò i miei avvocati. Chiamali pure, mi dice, intanto io ti racconto la storia della mia vita. Quando ho lasciato il branco di salmoni che andavano verso il nord del fiume Po. Non esiste il nord del fiume Po, dico seccata. Quando ho lasciato il nord del fiume Po, continua salmone, mi sono immesso in una delle innumerevoli statali dell'Italia settentrionale. A sedici anni mi sono innamorato perdutamente di Krono, una femmina di salmone destinata a diventare famosa. [...] La Medusa, dice, io la amo. Solo che quando ho tentato di dirglielo non l'ha capito: le ho regalato un pacchetto di ciunghe, e lei ha voluto a tutti i costi pagarmelo.
Le porte automatiche dell'ospedale si aprono, con una stampella mi trascino verso l'uscita. Ti ho annoiato?, mi chiede. Me lo domandi perchè mi hai parlato per una settimana unicamente della tua vita? Poi alzo un braccio, e si avvicina una macchina blu. È Avvocatessa, che mi apre la porta e mi aiuta a salire. Cosa dobbiamo farne di quel tuo salmone?, mi chiede perplessa. Assolutamente niente, non è di mia proprietà e la legge è dalla mia parte, giusto? Tecnicamente sì, ma bisogna capire se fa parte della categoria degli animali domestici o cosa. Ma io non c'entro niente? Tecnicamente no, ma visto che era in macchina con te potrebbero subentrare questioni morali e non escluderei problemi con l'assicurazione. Anche l'omissione di soccorso se fa finta di star male sul marciapiede. Mi giro verso salmone che stramazza a terra strisciando e stringendosi le pinne alla gola. D'accordo, gli dico, fallo salire in macchina e accompagnaci a casa. Una settimana al massimo e lo sbatto fuori.
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26/01/2009

147. Mentre le tre scimmiette sul comò non sono una filastrocca, ma un possibile metodo di autoconservazione

Osservo mio gnomo domestico, che per una grave forma di pigrizia, di ideologia, o di una e l'altra mischiate alla malattia del secolo (l'indifferenza), continua a fissare il vuoto con il braccio sinistro alzato. Vedi, gli  dico con estrema delicatezza, tu saresti il mio amico ideale, anzi, l'amico ideale di un'intera generazione, ma che dico, del mondo intero, eppure, e nonostante ciò, io non posso tenerti. Guarda, io di uno come te potrei anche innamorarmi, il fatto è che in qualche modo non voglio neppure farti soffrire.
Gliel'hai detto? Urla brutalmente, con accento veneto, mio salmone domestico dalla cucina. Non gli rispondo, alzo gli occhi e sbuffo, parlo a voce più bassa, a tu per tu con gnomo. Hai capito?, gli sussurro, è per questo che non ti posso tenere. Non posso tenere neppure le cipolle in casa, pensa te. No, non è che ti vado paragonando ad una cipolla. Ti va se ti appoggio un attimo sul comodino, vicino alla sveglia che proietta l'ora e annichilisce i miopi come me? Tu sei miope?
Non risponde, temo di aver toccato un tasto dolente. Faccio così con la mano, su e giù, davanti ai suoi occhietti neri, e in effetti no, gnomo non si muove. Spalanco le palpebre per il pensiero inaspettato, mi metto un palmo sulla bocca per non fuoriuscire stupore. Aspettami qui.
Vado da mio salmone e gli faccio segno agli occhi.
Hai finito le lenti a contatto?
Metto un indice alla bocca, in verticale, per chiedergli di stare zitto.
Sapevo di lenti a contatto costose, giornaliere, mensili, colorate. Ma lenti a contatto con le orecchie, e lenti a contatto che si offendono...
Vuoi tacere?
Ma le hai finite o no?
Mio gnomo...
Ha bisogno di lenti a contatto?
Prendo per una pinna salmone e lo porto in camera. Lo metto davanti allo gnomo e gli dico: prova tu.
Mio salmone gli si avvicina otticamente stringendo gli occhi. Senti, gli dice, com'è che sei uscito dall'ampolla?
Poi mio salmone mi guarda, fa spallucce e fa sentenza: è sordo. Hanno dimenticato di costruirgli le orecchie; se guardi bene non ci sono: noi le abbiamo date per scontate sotto il cappello, ma chi ce lo assicura? Mancano le orecchie, e a quanto pare (lo dice scrutandolo dall'alto al basso e dal basso all'alto) non sono le uniche ontologie che gli mancano.
E comunque, dice poi mio salmone guardando gnomo con aria di sfida, non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Io adesso torno in cucina, se togli lo gnomo comunista dalle mie storie ti pago due confezioni di lenti mensili bicolore. Bicolore, sì, come i collant chanel euros 200 collezione inverno duemilaotto-duemilanove. E non guardarmi così. Tanto il tuo gnomo non sente.
Salmone se ne va di là sculettando, con in mano l'ultima copia di veneto fair. E io con lo gnomo e il mio imbarazzo, cercando di spiegare a lui e alla sveglia che mio salmone è fatto così, e io sono come una prigione sotto il mare, una prigione che proietta cose sfuocate, in attesa di una pedina che si smuova.
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21/01/2009

146. Se le cose non fossero andate così.

Nella tasca del cappotto, come sempre, avevo il mio Gnomo, e come sempre, vicino a me, salmone. I fortunati giovani quindicenni avevano il compito, pena la detenzione di crediti per la maturità, di scrivere un articolo in base a delle informazioni date a caso da mio salmone, cosicché io potessi nel frattempo parlare un po' con Gnomo.

Who: un signore (sessantenne) dotato di un cappello e di un solo guanto
Where: Milano Centrale, binario 21
Why: nessuno lo sa
What: morto, stecchito
When: ieri pomeriggio, tra le 15.30 e 16.30

La mente della gioventù è annichilita. Io mi sono annichilita al compimento del mio diciottesimo anno. Dal mio diciottesimo anno non ho più alzato la mano, non ho più creato scompigli né accanimenti anti-stipendiatidallostato; sono sempre rimasta immobile, bloccata, impassibile. Ma prima dei diciott'anni io e Pessoa eravamo delle bestie, andavamo attaccando manifesti contro il chiaro di luna, lasciando sulla cattedra frasi rivoluzionarie pseudo-marinettiane scotchiate sotto il registro. Eravamo due sedicenti che si scambiavano gli antenati dei moleskine (fruit of the loom) dandoci la stessa importanza di due intellettuali sotto le bombe alle prese con corrispondenze a proposito di bergson. E se un pirla qualsiasi ci avesse imposto di fare una cosa idiota sulle cinque w ci saremmo alzati e avremmo urlato all'ingiustizia, o avremmo scritto una cosa tanto paradossale, ambientata sul binario 21 di marte, che sarebbe stata l'equivalente di un sabotaggio. Questo per dire che i giovani d'oggi, rispetto a quelli di ieri, hanno una marcia in più, sono più maturi, meno arroganti, o dimostrano la loro arroganza con la passività. Hanno già capito che non ci si può opporre a niente, e subiscono tutto, tutte le violenze di questo mondo, sobriamente, silenziosamente, inevitabilmente.
Vengo a scoprire in breve tempo che questo povero signore era un barbone di Milano Centrale, morto tra l'indifferenza dei passanti, e che ora tutti i pendolari erano spaventati che anche loro potessero finire di questa tragica fine, signora mia. Il 100% di questa gioventù non ha pensato che si muore anche per malattia (e come si fa a pensare alla malattia, beata gioventù?). Per i giovani di oggi si muore per traffici di droga, cocaina in particolare, e violenze imprevidibili, e amanti brutali, e situazioni estreme, ma soprattutto in mezzo al male del secolo, l'indifferenza.
146. Se le cose non fossero andate così era nelle intenzioni la storia del signore sul binario 21 di Milano centrale, ma non ne ho le forze. Ho guardato lo gnomo e ho ripensato alle rane, alle biglie, alle foglie, e ho pensato che in uno dei tanti litigi con Pessoa, sarà stato il compimento dei diciott'anni, ci siamo dati appuntamento e senza metterci d'accordo ognuno aveva portato all'altro gli “effetti personali”, ovvero i quadernetti colorati. Cosicché, con quell'orgoglio che solo gli adolescenti tengono dentro, io gli diedi i quadernetti che avevo in casa, con disprezzo (“roba tua, a me non interessa”) e lui diede a me quello che aveva in casa, con una smorfia (“roba tua, io non me ne faccio niente”) tornando dunque alla situazione di partenza, un uno ad uno palla al centro, nulla di fatto allo specchio. Se oggi, guardando questi ragazzi, potessi tornare un po' con quell'arroganza e quell'orgoglio perennemente ferito e tremante, se potessi in qualche modo prendere lo gnomo e in mezzo ad una stanza tirarlo fuori con orgoglio, da savonarola, da combattente; se io e Pessoa adesso ci scuotessimo dal torpore quotidiano, in un'improvvisa destazione di rivoluzione permanente, pura, improduttiva e tuttavia entropica, forse allora salmone, gnomo, e sì, diciamolo, quella lurida sagomadipiccoloprincipe, sarebbero reali, concreti, palpabili, non esercizieschi. Perchè moriranno tutti loro, un giorno, sul binario 21 di Milano centrale, tra le 15.30 e le 16.30 di un lunedì pomeriggio, in mezzo all'indifferenza dei passanti.
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16/01/2009

145. Mio gnomo domestico

“Dove l'hai messo?”
“È di là, vicino all'ampolla”
“Ma l'hai messo dentro l'ampolla proprio?”
“No, lì vicino, è vicino all'ampolla”
È così che io e mio salmone domestico, dopo qualche settimana di screzi, abbiamo ricominciato a parlare. Il fatto è che nel mio zainetto verde alga del mar morto ho trovato questo affarino di plastica, viola spiccato, con due occhietti neri, la barba lunga, e la mano sinistra, a pugno, alzata, e un cappello sul capo che pare comprato a stalingrado. Ha le fattezze di uno gnomo, e ha tutta l'aria di essere uno di quei doni che le grandi società produttrici di merendine tossiche delle quattro p.m. regalano dentro le loro confezioni.
Lo gnomo è di millimetri novanta per trenta, non è fornito di lettere allegate, non ha il timbro della fabbrica da cui esce, non appare in alcun catalogo cartaceo e on line, e pare che fino ad ora nessuno abbia studiato e approfondito il suo torbido passato di comunista.
“Hai chiamato i comitati leninisti?”
“Non ancora”
“E che ce ne facciamo di uno gnomo?”
Che ce ne facciamo. Odio mio salmone domestico quando fa il pragmatico. La stessa cosa che faccio con un salmone domestico, ce ne faccio. Lo faccio diventare uno gnomo domestico, ce lo faccio.
“È uno gnomo parlante?”
“Personalmente non gli ho rivolto parola, ma ammetto di averlo portato nella tasca dei jeans per tutto il giorno”.
“Da dove arriva?”
“Non ha importanza da dove arriva, arriva da dove doveva arrivare, l'importante è dove andrà ora”, gli dico alzando un sopracciglio. Non è vero che non ha importanza, ma voglio che mio salmone abbia l'immagine di me che non do alcuna importanza alle azioni del prossimo o della storia, che sono superiore alle azioni, che vado dritto dritto al di per sé. Nella mia breve e razionale ricerca per soggetti ho escluso a priori miominuscolofratello, giacché non lo vedo da settimane, e ho escluso anche S., l'amica che vuole farmi credere che anche la puzza delle mense universitarie può in qualche modo diventare una religione. L'ho esclusa perché gliel'ho chiesto, mi ha assicurato che lei non è né l'amelie né l'omelette (della mensa) e quindi un altro buco nell'acqua. Ho escluso per ragionevolezza Gattuso, Sagomadipiccoloprincipe (troppo stupido anche per questo), Dio (...), Canebianco, e naturalmente Salmone. Salmone è troppo egocentrico per regalarmi uno gnomo domestico. C'è solo una spiegazione, a questo gnomo, la più squallida e la più ignobile che la storia possa creare: lo gnomo ci è entrato per sbaglio, nel mio zaino.
Ma noi questo non lo vogliamo. Non vogliamo che la mia coinquilina, che tiene tutto quello che gli capita tra le mani con un'ossessione e meticolosità impressionanti, abbia dimenticato lo gnomo in casa, e non vogliamo che lo gnomo, per qualche strana forma di accanimento nei miei confronti, si sia infilato senza volerlo nel mio zaino verde erba di campo tagliata, e fine della storia. Accanimento, sì, perché giusto il giorno prima avevo urlato in casa: Ma perché mi devi mettere nella posizione di dover difendere il film la meravigliosa favola di omelette? Accanimento, perché questo gnomo mi farà litigare ancora con salmone, e farà in modo di essere al centro di ogni mia attenzione, e farà in modo di farsi portare, villano e comunista com'è, ovunque io vada.
“Adesso”, dico a salmone domestico, “andiamo dallo gnomo e gli spieghiamo da dove è arrivato”
“E poi lo mettiamo dentro l'ampolla”
“Gli spiegheremo dove dovrà andare, e ce lo faremo amico. E in mia assenza tu lo tratterai bene e gli darai una collocazione nel mondo”
“E lo infilerò nell'ampolla”
“Gli darai una collocazione nel mondo e lo farai felice”
“Sì, sarà felice, sigillerò lui e tutta la sua felicità nell'ampolla”
“Vicino all'ampolla”
“Dentro”.
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10/01/2009

144. L'amore che guasta, ma anche l'amore? basta, ma anche l'amore e basta di giuseppina ferrero & tiziano ferro.

Non vorrei farti soffrire. È questo il leitmotiv, lurido e sporco, che capita di questi tempi.
Di questi tempi pare che le persone ti guardino in faccia e pensino: soffre, non voglio aggiungere sofferenze ad altre sofferenze.
La sofferenza appartiene a due categorie di persone: quelle totalmente inconsapevoli e quelle consapevoli fin troppo. Mi correggo. La sofferenza appartiene di natura a tutti, ma una persona mediamente attrezzata la sa accettare esattamente come accetta lo spegnimento di calorifero alle 23 in punto, e la lenta, inesorabile decomposizione del latte parzialmente scremato. La sofferenza deve essere presa con freddezza, con sobrietà, come un'inevitabile esperienza umana né più né meno di tutto il resto. E invece, c'è gente che pare si preoccupi addirittura delle altrui, di sofferenze.
Io non ho mai detto a nessuno, nemmeno alla persona più infima di questa terra, "non vorrei che tu soffrissi". Mi sembra una questione di rispetto. E io rispetto sempre l'altro, perché in famiglia mi hanno insegnato l'educazione. E poi diciamo le cose come stanno, a nessuno interessa il grado di sofferenza altrui, semmai si è interessati al proprio.
Le cose accadono e basta, gli strascichi la gente li aggiunge quando non ha niente di meglio da fare, quando non ha un lavoro da preparare, quando non ha un libro da leggere.
Mi sembra che gli utilizzatori di questa frase pecchino di un'ingiustificabile arroganza e nel contempo di stupidità infantile. Perché bisogna essere stupidi forte per utilizzarla, o pensare che l'interlocutore non sia intelligente abbastanza per non capire che dietro quella frase ci sta solo un significato: vorrei una prestazione sessuale veloce e indolore e senza strascichi, ma nel contempo non vorrei svegliarmi il giorno dopo con un problema in più tra i piedi, e non vorrei che tu pensassi che la prestazione sessuale era per te e per me, giacché era per me e basta. Intere generazioni cresciute con i film di bertolucci e a questo ci riduciamo. A giustificare ancora le nostre azioni, a sopire ancora i sensi di colpa, i distaccamenti dalle regole etiche e morali di secoli di cristianesimo sui pori della nostra pelle. A questo siamo ridotti. Proporrei a chi cerca prestazioni di qualche minuto un nuovo modello comunicativo, una traslazione di significante, un linguaggio chiaro e diretto di comunicarsi previa-durante-dopo la cosa. Possiamo anche infiocchettarlo, mettendoci di comune accordo, e anche con fiocchetti filmici: "non vorrei che finisse come un film di mediaset".
Così ci capiamo, annuiamo, fine del problema. Al mondo c'è ancora troppa gente che soffre per sentimenti & emozzioni. Bisognerebbe incarcerarli, perché sono loro che poi fanno dire a certi dementi frasi come "non vorrei farti soffrire", "per me è stato solo un giuoco", "rimaniamo buoni amici". Dio mio, che orrore lessicale, e quanta laura pausini in tutto questo. E che pochezza interiore. Che mancanza di compostezza. Che sciatteria intimistica. Che poca sobrietà.
postato da: lumicino alle ore 00:18 | link | commenti (8)
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