Zero. Mio salmone domestico
Pessoa Rodriguez Pontormo, detto anche Pessoa, ha ventiquattro anni, si tocca sempre la barba e comunica solo attraverso mugugni e lamenti.
Il fatto è, mi dice, che non credo più a niente. Non voglio più vedere nessuno, non ho più neanche le forze per innamorarmi. Capisci, mi dice, non riesco neanche ad uscire di casa. Se tutta la vita è solo questa, se mi disilludo ora all'età che ho, cosa mi rimane tra dieci anni, sposarmi e fare un figlio? Un figlio, penso, io a lui non ce lo metterei mai in mano. Mi appellerei a qualche tribunale speciale per i diritti dei suoi figli, e glieli porterei via, ecco magari non li tirerei su neanche io, ma glieli porterei via intanto.
Zia Speranza, mi dice, mi ha consigliato di fare un viaggio. D'accordo, ma dopo il viaggio cosa faccio? Torno a casa mi sposo e faccio un figlio? Senti, gli dico, adesso è tardi e devo andare. E poi, scusa, è necessario che mi racconti ora i problemi che avrai tra dieci anni? Se fai così li devo ascoltare due volte. Pessoa Rodriguez Pontormo sembra non ascoltarmi, rimane zitto, pensoso. Però, mi dice, potrebbe essere che un figlio lo faccio prima. Potrebbe essere che mi sbaglio e faccio un figlio. A quel punto, se non ne parliamo oggi, cosa servirà fra dieci anni quando lui sarà alle elementari?
C'è un altro fatto, mi dice, che ti devo proprio raccontare. Di notte sento le voci. Sento un campanello e subito dopo la musica di Via col Vento. No, non dormo con la televisione accesa. Temo che sia un brutto segno, perché se fra dieci anni anche i miei figli sentiranno le voci zia Speranza non potrebbe mai perdonarmelo.
[...]
Prendo le mie cose e me ne vado. Pessoa Rodriguez Pontormo abita su una collina. Quando esco dal cancello ho sempre paura di rompere la macchina. Scendo per la strada sterrata, scendo in prima, con brusche frenate, compio eroiche manovre ad ogni curva, cerco di non perdere gli specchietti e di evitare i cespugli. All'ultimo tratto di strada sento qualcosa di viscido toccarmi una spalla. Inizio a gridare. Mi ritrovo a testa in giù. Due occhi giganti mi fissano.
L'ho conosciuto così, in una sera d'agosto con le cicale, in una macchina capovolta su un campo di grano, con qualche frattura e un taglio sulla fronte, spaventata, e la sensazione di essere scampata alla morte.
Sei un incosciente, gli urlo schiacciata sul tettuccio. E lui, aggrappato allo schienale, mentre continua a prendere botte alla fronte sbattendo sul cambio, si avvicina e mi dice le sue prime parole: «Posso diventare il tuo salmone domestico?».
Quando riapro gli occhi sono su un'ambulanza. Vedo il salmone aggrappato all'asta di ferro della flebo. Mi dice peccato che non hanno usato il defibrillatore, perchè è una cosa che ho visto solo nei film. Sono terribilmente stanca e confusa, richiudo gli occhi e sento solo il rumore lontano di una sirena. Salmone balza giù e torna a parlare. [...]
Lei è un parente stretto? Sento appena fuori dalla stanza. Conto i cassettoni di plastica sul soffitto, sì sono il suo salmone domestico, risponde lui, le tende sono di un orribile verde, è stato un brutto incidente, dice il dottore, un crocifisso appeso al muro, ma non è grave, si riprenderà presto, se vuole puo' andarla a trovare già ora, no, gli risponde salmone, faccio prima un giro negli altri reparti. Lei sa dove posso trovare un vero defibrillatore?
Poi sento scuotermi. Scusa se ti ho svegliato, mi dice salmone, ma mi annoiavo a morte. Lo sai, mi dice, in questo posto si mangia come gli inglesi. Alle sei in punto e guai a chi sgarra. Con il pollice indice formo una pistola e faccio bang. Mio salmone scende dalla sedia e mi dice, dov'è che ti fa male? Io gli indico il braccio, lui si avvicina e mi dà una testata proprio lì.
Insomma, mi dice, sento che andremo molto d'accordo. Dov'è che abiti? Spero non sia in una strada troppo trafficata perchè io odio i rumori. Immagino che vorrai sapere chi sono, da dove vengo. Io gli faccio no con la testa, e per farlo stare zitto gli dico passami il mio telefono. Vedi, mi dice, qualche anno fa ho abbandonato il branco di salmoni che risaliva il fiume Po, chiama Pessoa, gli dico, e chi è, mi chiede salmone, senti, gli dico, chiedigli di venire qui per liberarmi di te.
Come liberarti di me, dice salmone, cosa vuol dire? Vuol dire che appena esco di qui non ti voglio più vedere. Questo no, mi dice salmone, questo non è possibile, io vengo a casa con te, ho la legge dalla mia parte. Non è vero, gli dico, chiamerò i miei avvocati. Chiamali pure, mi dice, intanto io ti racconto la storia della mia vita. Quando ho lasciato il branco di salmoni che andavano verso il nord del fiume Po. Non esiste il nord del fiume Po, dico seccata. Quando ho lasciato il nord del fiume Po, continua salmone, mi sono immesso in una delle innumerevoli statali dell'Italia settentrionale. A sedici anni mi sono innamorato perdutamente di Krono, una femmina di salmone destinata a diventare famosa. [...] La Medusa, dice, io la amo. Solo che quando ho tentato di dirglielo non l'ha capito: le ho regalato un pacchetto di ciunghe, e lei ha voluto a tutti i costi pagarmelo.
Le porte automatiche dell'ospedale si aprono, con una stampella mi trascino verso l'uscita. Ti ho annoiato?, mi chiede. Me lo domandi perchè mi hai parlato per una settimana unicamente della tua vita? Poi alzo un braccio, e si avvicina una macchina blu. È Avvocatessa, che mi apre la porta e mi aiuta a salire. Cosa dobbiamo farne di quel tuo salmone?, mi chiede perplessa. Assolutamente niente, non è di mia proprietà e la legge è dalla mia parte, giusto? Tecnicamente sì, ma bisogna capire se fa parte della categoria degli animali domestici o cosa. Ma io non c'entro niente? Tecnicamente no, ma visto che era in macchina con te potrebbero subentrare questioni morali e non escluderei problemi con l'assicurazione. Anche l'omissione di soccorso se fa finta di star male sul marciapiede. Mi giro verso salmone che stramazza a terra strisciando e stringendosi le pinne alla gola. D'accordo, gli dico, fallo salire in macchina e accompagnaci a casa. Una settimana al massimo e lo sbatto fuori.