135. Comizi d'amore o anche Amor ti vieta o anche Il mio ragazzo ha spento il telefono.
Ipotesi: sul perché non vorrei sposarmi.
Le mie note preferite sono il do e il sol.
Ho anche una chitarra che si chiamava gipippa prima che i comitati leninisti dopo un'irruzione a casa mia mi hanno fatto notare che la walt disney è una società capitalista e che non potevo chiamare un oggetto con il nome della macchina di indiana pipps. La mia chitarra era normale prima che un mio amico, convincendomi che era capace di accordarla, la fece monca tirando così tanto un piolino da far saltare una corda. La fu mao-gipippa-tung, in ciliegio tutta, giace impolverata vicino alla libreria ed è il simbolo supremo di due cose: il capitalismo, a lunghe distanze, perde sempre; le velleità giovanili, a lunga distanza, si sopiscono.
Ho fatto un corso di chitarra spagnola con la signora Zapatera, mi considerava così talentuosa che alla quinta lezione mi ha detto: hai una bella voce, perché al posto di venire qui non vai a farti un bel corso di canto?
Le note sono più importanti dei segni zodiacali per capire le affinità di coppia. Io non potrei mai innamorarmi di uno che dice che la sua nota preferita è il mi. È talmente vera questa teoria che quelli che vanno a sposarsi invece di dire voglio passare la mia vita con te, amore mio, rispondono al sacerdote di turno, o al sindaco, o chi per esso, con un sibilante sibillino SI collettivo. Qualche manciata di minuti prima i due sposini sono entrati in differita con una marcia nuziale, la maggiorparte dei casi scelta senza nessuna cognizione di causa, come dire “ci sposiamo sul solco della tradizione, cara, e non sappiamo neanche cosa stiamo ascoltando”. Alcuni sposi fanno anche lo sforzo di cercare un'originale alternativa al classico pa-para-pa---pa-paaa-rapa, come dire “caro, non ci sposiamo sul solco della tradizione, facciamo consapevolmente i diversi, salvo riservarci il resto della vita monotono e uguale come tutti gli altri”. Allegria. Questo è un buon motivo per cui non mi sposerò mai: il si che dovrei pronunciare, come il mi, proprio non lo sopporto.
Tesi: Per un'analisi parziale all'istituzione dell'amore contrattuale.
Un mio amico ha criticato il titolo della mia tesina di laurea che iniziava con la preposizione articolata “Sul”. Diceva che su e per sono un retaggio degli anni sessanta, che in quegli anni tutti gli scritti accademici apparivano in questa modalità: Sui salmoni che giacciono nelle discariche abusive; Sui pesci neorealisti e le organizzazioni internazionali laiche troppo laiche, Per un commento alla peste bubbonica manzoniana apparsa sui salmoni lombardi nel seicento.
Non sono in grado di dire se questo sia storicamente vero o no, ma per non essere condannata di attentato all'economia narrativa tralasceremo il problema.
L'istituzione dell'amore, come tutti sappiamo, è arrivata con la rivoluzione francese. Prima le cose erano molto più facili, ci si sposava perché non si poteva fare altro, perché non c'era maria de filippi alla televisione, perché i matrimoni erano combinati. Oggi come oggi abbiamo fatto un grande salto di qualità, i matrimoni se li combinano i diretti interessati, che si costringono da soli alla finzione dell'innamoramento perpetuo, o al comune accordo di tenerezza senza fine, per guadagnarsi una vecchiaia socialmente accettabile. Nessuno si scandalizzi di questo: c'è solo una cosa peggiore della morte, cioè la morte in compagnia della solitudine. Inutile dire che per salvaguardarsi non si deve puntare sulla longevità del compagno. La vedovanza è una questione di statistica e probabilità. In molti casi si punta sui figli, che nel momento in cui ci sono dovrebbero (salvo casi brutali) stare vicino ai genitori.
Credo che sia necessario andare a monte della questione, non basando le nostre tesi su ciò che possiamo dire a proposito del matrimonio in sé, crisi del primo secondo decimo ventesimo anno, calo di desiderio, monotonia della quotidianità, e il marito che non vuole accompagnarti al centro commerciale e la moglie che ti usa troppo la carta di credito e il marito che si fa l'amante e la moglie che si fa l'amante e il dimenticarsi perché si sta insieme e negare negare negare e lasci la tavoletta alzata e non mi aiuti nelle faccende domestiche e i figli che devono fare sport e il mutuo e il lavoro che ti porti a casa e ho sacrificato i miei interessi e ritardi sempre la sera e quante cene di lavoro e i tuoi amici mi odiano e chi è quella segretaria e chi è quel tuo personal trainer eccetera eccetera. Questo è il campo delle possibilità da lasciare ai registi e agli scrittori italiani, ed è soprattutto il campo dell'intimità di ognuno, che non possiamo giudicare da fuori. Anche perché poi arriva sempre quello che dice che nonostante tutto, nonostante queste tristezze di ogni giorno, capita quella volta che ci abbracciamo e allora sento quanto sono fortunato barra fortunata. Certo, anche uno che si martella la testa tutto il giorno e a un certo punto si ferma perché ha il braccio stanco si sente all'improvviso meglio.
La nostra tesi allora, senza scomodare esempi pratici e sparare sulla crocerossa, può essere formulata a partire da una domanda teorica basilare: quante volte ci innamoriamo nella vita?
Io dico almeno una volta alla settimana. Ma per chi lavora a casa, o per chi è più impegnato di me, magari una volta al mese. Allora è bene fare una ricerca sociologica, su un campione di diecimila o ventimila persone, e sapere da loro di quante persone si innamorano per strada, al bar, sul lavoro. Poi c'è quello che dirà ma io non mi innamoro proprio di nessuno, io sono felicemente fidanzato da due giorni e non guardo le altre. Certo, ho contemplato anche questo caso, che avviene quando la persona spegne i suoi occhi, le antenne che spuntano dalla testa vengono riabbassate e non vengono più captati gli stimoli dall'esterno. Noi tutti siamo animali narrativi. Questo vuol dire che chi più chi meno crea delle piccole storie mentali basandosi sul “come sarebbe se...”, “ma se mi comportassi così...”, “cosa avverrebbe nel caso in cui...”.
C'è chi le fa elaborate, con tanto di citazioni letterarie (“ma come può leggere, se l'aria è già sì...”), chi più platoniche (ah, se solo potessi condividere la mia narratività mentale con la sua, in questo connubio di narratività inespresse), chi a luci rosse (censurato).
Se ognuno di noi mettesse in pratica per un attimo tutto quello che gli passa per la testa il mondo sarebbe finito. Nessuno si sposerebbe, i figli non avrebbero genitori e non crescerebbero nella culla perbene e perversa della famiglia. Il mito del ti amo per sempre va alimentato con la fatica di tutti i giorni, con qualche bugia, con qualche film di kevin costner ma più in generale con mediaset.
La pratica di dosare le nostre narratività nel mondo reale è quindi una pratica per salvarci dal caos.
Tutti quelli che non sanno amare in questi modi, che non riescono a pensare che un giorno dovranno lasciare definitivamente le loro narratività a favore di un'unica sola persona, coloro che non si calano nell'illusione che c'è una persona al mondo che se venisse sezionata combacerebbe con la nostra metà. Tutta questa gente fa parte di un limbo pericoloso.
Considerazioni così potrebbero far pensare ai più nichilisti che è l'amore e non il matrimonio il vero problema, perché è l'amore che non conosciamo, il termine sta lì e lo usiamo per tante cose senza sapere mai di cosa stiamo parlando. Sappiamo solo che ci serve a definire qualcosa di nebuloso che unisce istinti bassi a sovrastrutture etiche e sociali. Paure a desideri, palpitazioni di cuore ad altre palpitazioni, necessità individuali a solidarietà tra esseri umani. Chi dice che l'amore salverà il mondo non sa neppure di cosa sta parlando. L'amore, se noi lo conoscessimo veramente, ci ricorderebbe una volta in più quanto siamo pericolosi sulla terra.
Con queste premesse per niente ottimiste l'istituzione del matrimonio in realtà si salva, perché se interpretato in termini seri e meno velleitari, in termini contrattuali voglio dire, risulta un buon compromesso grazie al quale dare un ordine e un significato alle nostre picciole vite.
E ora una canzone allegra sull'amore nella sua prima fase (da cantare in piedi e pensando ad una coppia qualsiasi dopo quindici anni di matrimonio):
Aspetti signorina le dirò con due parole
chi sono, chi sono e che faccio,
come vivo, vuol?
Chi son, chi son? Son un poeta
che cosa faccio? Scrivo,
e come vivo vivo.
In povertà mia lieta
da gran signore
riverimmi d'amore
per sogni e per vivere
e per castelli in aria,
l'anima mia d'aria...
Dolor dal mio forziere
rubandoti i gioielli
due ladri gli occhi belli
v'entrar con voi pur ora
e i miei sogni usati
e i miei sogni miei
e tosto si dilegua
ma il furto non m'accora
poiché, poiché v'ha preso stanza
la speranza.
Or che mi conoscete
parlate voi
de' parlate, chi siete?
Vi piaccia dir.
134. Io e mio salmone domestico ore sei e trenta andiamo a scoprire il mondo
il mondo ancora una volta ci appare grande e puntiforme, ombrellinato di dame vestiti bianchi a pallini azzurri laghetti cigni verdi arancioni blu. E dall'ultima ancora una volta il mondo è cambiato, dall'altra parte dell'olmo da passaggio federalista trasversale non cammina più di traverso, dritto dritto con cravatta a pois e argentato fermapois. Madrelinguaspagnola ha un ghigno diverso e pare contenta, Pessoa sulla panchina, naso al cielo, gamba accavallata, tranquillo e in pace. Pacifico avvocato, accalmato dai traguardi futuri, procede senza pensamenti. Oggi io di tutto questo cosa posso fare? Senza avventura, fontana improvvisa, guizzo dinamico di acqua spruzzata. Ma laggiù, oltre la siepe, in tutta la sua bellezza c'è avvocatessa, un ugolino crucciato, linee contratte sulla fronte, pugno al mento, incerta del suo involucro e degli altri. Ed è guardando lei che oggi io ritrovo la vita, lo sfrigolio del vento, la sfida al mutamento, mai dritto e sempre dritto ad ali incerte. Il misterioso mozzafiato navigare, su mari non sicuri, fuori dai porti, a rischio naufragio. Per imitazione lo faccio mio. E a vista, da lontano, io e salmone sulla zattera a guardare.
133. Catalogo delle stelle
salgo su re teodorico per svuotarmi con due dita la testa e da lì sopra mi arrampico sul mio posto che è davanti a tre alberi da cimitero che lasciano un ritaglio a ponte pietra-casa di carla fracci-duomo, mentre a destra il mio san giorgio, i miei tetti di casa rossi, il mio fiume. arriva mio salmone domestico che si arrampica vicino a me, si incrocia ai miei pensieri e mi dice che se avesse un telescopio per medici mi visiterebbe perchè non mi vede bene. Il mio problema, penso osservando gli omini che vanno su e giù per il ponte, il mio problema è che mi piacciono gli oggetti. Così quando ho visto quell'oggetto che hai sul tavolo io mi sono innamorata di te e di te tutto. Mi innamoro quando vedo le librerie degli altri perché traccio un percorso di significati passati che sono tutta la storia di un uomo. Così, di tutta questa felicità mentale, mi rimane solo l'idea, un significante, un oggetto che gira. Io in altri modi non so amare, per me l'amore è tangibile e a volte porta l'etichetta lavare a mano. e quando guardo nel cielo tutto il catalogo delle stelle abbasso gli occhi per la troppa bellezza del catalogo delle mie, tantissimi oggetti perfetti meticolosamente siglati per mese e per anno e lasciati lì sulla luna. mi ricompongo cercando il decumano. francesi e romanzi americani, rispettivamente mattina e sera. è il responso di mio salmone domestico. una volta al dì, per dieci giorni. e tra dieci giorni, mi dice, basta harmony su lumicino: avventurose fresche avventure.