Lumicino

s. m. 1 dim. di lume | cercare col lumicino, (fig.) cercare con molta cura e pazienza qualcosa difficile da trovare | essere, ridursi al lumicino, (fig.) agli estremi, in fin di vita; detto di cosa, stare per finire (dall'uso di mettere un lumino vicino al letto dei moribondi): i nostri risparmi sono ormai al lumicino 2 lumino funebre.

27/04/2008

 
 
129. Altri scarti: barbarani 3
 
Barbarani ride. Ma poi ci pensa e da quegli occhi sembra balenargli un'idea. Buteleta, conòsito Castel San Piero? Certo, gli dico, come si può non conoscere San Pietro? Non si sa mia eh, risponde un po' bruscamente, con tuto quel tempo che te pasi fora de le mura te saresti bona a scordartelo. Alora se vedemo doman, a Castel San Piero, par le quatro. Puntual me racomando. Sissignore, rispondo, domani alle quattro a Castel San Pietro.
 La vista di Verona, da Castel San Pietro, lascia senza fiato. Da lì sopra la città diventa chiara, si rivela la mappa precisa di quell'idea che fu romana di costruire reticoli geometrici fatti di strade e sotto le strade le cloache e sopra le strade gente che cammina, carri che lasciano segni sulle pietre, eserciti pronti a difendere un impero.
 Per salire fin là sopra c'è una vecchia stradina, che inizia appena superato Ponte Pietra e sale su su per trecento scalini di ogni forma. Deve aver pensato a questo Berto Barbarani quando, mentre io e salmone ci incamminavamo in via Cappello per tornare a casa, ha avuto un sussulto, un tentennamento, e mordendosi un labbro forse si è chiesto che diavolo di idea aveva avuto a darmi appuntamento fin là sopra, con la vecchiaia che ormai lo immobilizza, con le giunture che ormai vanno per conto loro. A questo deve aver pensato Berto Barbarani, quando con gli occhi alzati verso l'orizzonte si è reso conto che ormai ero troppo lontana dalla sua vista per farmi un cenno, e allora, guardando verso palazzo Maffei e l'inizio di corso Santa Anastasia, sbuffando si è rimesso fermo, con un ghigno, a far la statua.
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128. Altri scarti, barbarani 2

  Te doei proprio andar in lombardia a studiar, no' l'è vera? Con tute le scole che avemo noialtri? Padoa, Venessia, ma anca Verona, a Verona gh'è otime scole... te fasea proprio schifo studiar a Verona? Sento che se non intervengo per placare le sue ire non ci sarà verso di chiedergli un consiglio. Così, gli dico con goffi gesticolamenti, così messa la scena, eco, vorìa portarve soto a una finestra granda, tuta saor de vecia poesia, a colonete, che se racomanda a quei che passa, che no i volta via sensa guardarla, sensa far dimanda de quale vecia casada, eco, la sia, chi sia mai quel paron che la comanda. 
  Barbarani si rasserena. Un po' meglio, mi dice. C'è ancora qualche errorino, ma apprezzo le buone intenzioni. Avanti, continua. Signor Barbarani, interrompo, io veramente ero venuta qui per un consiglio. Un consiglio? Chiede stupito. E perché non me l'hai detto prima? Perché Lei voleva... Volevo, volevo...parla, sentiamo. 
  Ecco vede, questo salmone l'ho incontrato in Valpolicella qualche settimana fa. Era smarrito, e visto che noi veronesi siamo di core bono...parla par ti, mi dice...di core bono, continuo, ho pensato di portarlo a casa mia finché non ritrovasse la sua famiglia. Ma sa, la mancanza di affetti, l'incapacità di relazionarsi con gli altri, non so che dirgli, è molto triste. Così racconto nei particolari la storia di mio salmone domestico. Non avrebbe forse qualche suggerimento? Almeno un consiglio di vita, che se no questo qui mi si uccide.
Consigli? Buteleta, mi dice, dovevi andar da ben altri. Veramente, mormoro abbassando lo sguardo...sto zitta un po', penso a come spiegarglielo. Ho la netta sensazione di aver capito il suo pensiero, con quella modestia che lo caratterizza voleva suggerirmi che forse era meglio andare da Dante, che sta proprio lì vicino, nella piazza dei Signori, dove c'è il vecchio palazzo del Governo [...], e le tombe degli Scaligeri che furono un tempo i signori di Verona [...]. Avevo pensato, gli dico, avevo pensato anche io al Sommo Poeta... Sto zitta, capisco di averla detta grossa, cerco di giustificarmi in qualche modo.Ma sa sior Berto, e inizio a biascicare in dialetto, quasi a voler stabilire con lui un certo grado di confidenza, quel poeta me parèa tropo ciapà a scriver de cose larghe... un po' massa grandi per noialtri povereti...per 'ste cose un po' tropo, come posso spiegarme, particolari... par uno che ha passà la vita a parlar de gente granda, e allora, continuo, non so, ma ho pensato che lù, signor Barbarani, alto sì, non voio mia dire che lù... che l'è cosi bravo e alto, l'è alto ma anca capace de spiegarci, voio dir...non se offenda, ma se potesse in qualche modo darme lù un consiglio più tereno... Gente granda? Dice lui accigliato. Buteleta ma ti l'eto leta la Comedia? Mi sì sior Berto, eco forse non l'ho capìa proprio tuta tuta, sior Berto so cosa vole dirme... ma come posso spiegarme, pensavo che lù...Basta, basta, dice seccato. E poi che c'entra Dante. Ah, dico stupita, forse volèa dirme de Catullo? Barbarani mi guarda con disapprovazione. La poesia, mi dice, non ha mai salvà nessuno. Poi si calma, inizia a parlarmi con fare paterno. Potevi andare da Cangrande a Castelvecchio, da qualche altro combattente... una statua equina la trovavi, suvvia, foss'anche Vittorio Emanuele... Ma per chi mi ha preso sior Berto? Dico sdegnata. Qualcuno, continua senza ascoltare le proteste, che potesse darvi dei consigli veri, che vuole che le dica un poeta? Adesso che sei qui, ormai... ma prima devo meditare al caso. Allora direi che potremmo vederci domani. Sempre qui? E dove se no?

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127. Dallo sgabuzzino: bozza incontro barbarani 1.

Vorìa cantar Verona

Le bancarelle del mercato di piazza delle Erbe non sono ancora pronte, qualche carretto moderno deve essere ancora portato in piazza. Di lì a poco turisti e veronesi passeranno, la massaia comprerà pomodori e insalata, altri saranno alla ricerca di una statuetta dell'Arena, qualcuno azzarderà comprando una riproduzione in plastica della gondola veneziana o qualche collana di vetro di Murano. La mattina presto, verso le sette, la gente è poca, tutto il luogo è nella sua fase del comporsi. C'è un'aria di attesa, una sospensione di tempo. Porto in piazza mio salmone domestico, sembriamo due figure che si muovono lentamente in un generale fermo immagine, il rumore dei nostri movimenti lo percepisco, e come me i pochi altri sentono uguale.
   Mio salmone è irritato, non lo sente questo disfarsi graduale del silenzio, è troppo preso nelle sue solite lamentele. Perché, mi dice, non capisco proprio com'è che dobbiamo svegliarci così presto e venire fin qui. Tu, dice, tu devi avere qualche serio problema. Nessun problema, rispondo, stiamo andando a parlare con un grande poeta veronese. E il grande poeta, mi chiede stizzito, a che ora va a letto la sera per ricevere gente a quest'ora? 
   Arriviamo dal poeta, che vive in un angolo di Piazza delle Erbe. Mio salmone ci gira attorno, lo osserva con attenzione. Il poeta è immobile, guarda in alto, verso l'orizzonte, verso il cielo, è così immobile che anche il piccione ai suoi piedi per non fargli torto sta muto e fermo. Un po' statico, mi dice, questo tuo poeta. In effetti, a guardarlo bene, sembra addirittura che stia dormendo. Ha gli occhi semichiusi.      Torniamo a casa, gli dico, è chiaro che il poeta sta meditando e non saremo certo noi a disturbarlo. Mentre ci allontaniamo sentiamo qualcuno tossire. Non si saluta neanche, perbacco? Dice una voce alle mie spalle. Allora non stava dormendo, dice salmone. Dormire alle sette di mattina? Ma per chi mi avete preso? È palese che faccia finta di essere sveglio, dice salmone. Mi avvicino. Sicuro che non l'abbiamo disturbata? La sua voce... Sono raffreddato, risponde risoluto. Il raffreddore, penso, è il flagello universale di chi riceve visite mattutine. È una malattia che colpisce tutto l'anno, ferragosto compreso, e dura fino alle nove, dieci, a volte mezzogiorno. Poi magicamente scompare. Studi recenti attestano che la malattia si diffonde soprattutto tramite cornette dei telefoni. Io, ad esempio, mi ammalo moltissimo. Pronto? Stavi mica dormendo? Ho il raffreddore.  Signor Barbarani, gli dico. Avrei bisogno di...non ho molto da offrirle in cambio ma... Non ho molto, non ho molto, mi interrompe. Avanti, mi dice, su, inizia. Salmone mi guarda con aria interrogativa. Gli faccio segno di star zitto. Signor Barbarani, lo sa che la mia memoria non è molta. È dalle elementari...Avanti, mi dice, sentiamo come te la cavi. Incrocio le mani dietro la schiena e inizio: vorìa cantar Verona, a una serta ora de note, quando monta sù la luna: quando i boschi che dorme el par che i cora, dentro sogni de barche e de fortuna, drio a l'aqua de l'Adese, che va in serca de paesi e de sità. Sto zitta e lo fisso. La sai solo fin qui? No no signor Berto, stavo pensando solo a come inizia. E alora? Mi dice bonariamente, facendomi l'occhiolino. Riprendo: e alora che è finì tuto el sussuro, specchiarla zò ne l'Adese, dai ponti, e comodarla mi, muro per muro, tuta forte nel circolo dei monti. Il poeta Barbarani si acciglia. Devo aver fatto qualche errore. Non ci siamo, mi dice, non ci siamo per niente. Ti manca il suono, sbagli le parole. Le chiedo scusa, ha ragione, ma vede... Vedo solo che non va bene. In un impeto di arrabbiatura inizia a parlare in dialetto. Il bastone che tiene tra le mani si fa minaccioso.
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