122. Contro Lévi-Strauss
Ero appena uscita dalla casa monolocale con soffitto a navata singola a due vele incrociate che c’era lui che mi inveiva contro e diceva che ho due mani funzionanti ma un cervello di gallina, un cervello che ha il nocciolo così, e mi faceva segno, così piccolo.
così piccolo, ripetevo nella testa, come una noce di quelle che non si aprono, ma le mani, invece, quelle funzionano, e chissene, mi dicevo, ma il cervello? così mi ripetevo e mi si avvicina una cosa strana, di un rosa strano, che non riesco a definire nei suoi contorni e a descrivere nella sua materia. una cosa che potrebbe essere una noce, due mani incrociate a palla, una matassa, e mi viene in mente che forse è mio salmone domestico, mio salmone accantonato per fare spazio all’altro, igiene del sonno, studio che aspiri a un metodo, evasioni programmate in funzione del metodo.
dico a salmone che secondo me l’amore ai tempi delle funzioni di propp doveva essere potente e complicato, perché le persone per dirsi ti amo potevano usare le formule chimiche, e non come ora, e allora, gli dico, con le frecce e l’alfabeto maiuscolo e minuscolo, con i simboli, l’eroe lasciava la sua terra e senza temere il passato, quello che aveva fatto di sbagliato, andava contro il drago e tornava nel regno e baciava la principessa, freccetta in basso ipsilon ix alla seconda eccetera, freccetta in alto, in alto i cuori.
e così, mentre mi rendo conto di non saper più parlare a mio salmone domestico, mentre cerco la formula esatta per dirgli qualcosa, e lui zitto zitto, tu sommergi da un angolo oscuro della mia mente e mi pensi: ti penso nelle tue fattezze di oggi, password di accesso alla mia casella postale e nient’altro.
devo cambiarla prima o poi, mi dico, prima di dimenticare anche il nome.
senza emozioni lo dico, come le signore che spazzano via le foglie sull’androne di casa, in quel paese di collina che è dell’infanzia.