Lumicino

s. m. 1 dim. di lume | cercare col lumicino, (fig.) cercare con molta cura e pazienza qualcosa difficile da trovare | essere, ridursi al lumicino, (fig.) agli estremi, in fin di vita; detto di cosa, stare per finire (dall'uso di mettere un lumino vicino al letto dei moribondi): i nostri risparmi sono ormai al lumicino 2 lumino funebre.

31/08/2009

152. In sentimento col tonno

Mesi fa ho preso un salmone e l'ho messo in una vasca piena di pesci. Tra i vari esemplari c'era anche una femmina di tonno che aveva un accento bergamasco marcatissimo. I primi tempi salmone se ne stava sulle sue, guardandomi attraverso il vetro e facendo segno con le pinne che appena lo tiravo fuori mi uccideva. La femmina di tonno pareva come attirata dai movimenti del salmone, che da dentro l'acquario dovevano sembrare incomprensibili e un po' bizzarri. Allora il tonno ogni giorno faceva un passettino verso salmone, e salmone, che osservava con la coda dell'occhio, faceva finta di niente e continuava a insultarmi dal vetro. Poi un giorno il tonno era proprio vicino al salmone, e salmone si è spostato nell'angolo opposto dicendo che non aveva tempo. Il gioco dei passettini, che da noi sulla terra somiglia a uno due tre stella, è durato per settimane, finché un giorno salmone si è dimenticato di cercarmi fuori dal vetro e ha guardato il resto del mondo. Guardando il resto del mondo, ha pensato o voluto pensarsi in sentimento col tonno, e invece di fare un passetto indietro è stato lì fermo.
La fissità immobile del sentimento si divide in tre fasi: nella fase preliminare, così chiamata per la preparazione all'immobilità, i due esemplari si muovono freneticamente oppure uno dei due si muove anche per l'altro, ma comunque c'è mobilità di pensiero; che risulta goffa al resto degli esemplari vicini e risulta invece, per dirla in termini più tecnici, «sturm und drang» per i due esemplari coinvolti; nella seconda fase i due esemplari, spaventati essi stessi dalla precedente fase, si bloccano e stanno immobili mentre tutto il resto dei pesci si muove. Giuro che ho visto un acquario con due pesci che sembravano statue, e tutti gli altri allegri a fare spese, constatazioni amichevoli e biciclettate. La fase che segue si distingue in due possibili fasi distinte, l'una in positivo e l'altra in negativo, con diversi esiti per i due diversi esemplari. Le combinazioni non sono infinite e tuttavia numerose. Farò solo il primo esempio e si continui immaginando le diverse combinazioni come in una tabella di verità: uno dei due esemplari si riattiva e si muove come nella fase preliminare, ma l'altro si spaventa per il troppo movimento e rumore delle acque, e allora sta immobile.
Detto questo, ai più parrebbe allora che il processo, che qui su per giù nella terra lo si chiama innamoramento (e si sarebbe dovuto raccontare, con buona pace per le gocce che inducono il sonno, all'incirca così: «ma io mi ero innamorato di te! non potevi non saperlo, era evidente!», «ma io non l'avevo capito, non l'avevo voluto capire!», «ma adesso è tardi, ora che tu ti sei innamorato di me io mi sento così lontana da te, ma possiamo recuperare», «ma io non sono innamorato di te – terza fase – io volevo esserlo e basta», «ma io», «ma te», «ma noi», «recuperiamo», «addio», «ti voglio bene», «ma anche io», etc.), questo processo non si debba chiamare «fissità immobile del sentimento»; tuttavia abbiamo deciso di chiamarlo così perché riteniamo che la fissità, di tutte le scemenze che si possono raccontare, ci pare insomma la cosa più bizzarra.
E se anche non lo fosse, vendo o regalo una statua di salmone domestico con gancio per parete, fissa e immobile per sempre, con la bocca aperta dallo stupore, marmorea, con gli occhi che sembrano guardarti, che sembrano guardarti e implorarti e dirti facciamo almeno una constatazione amichevole, mentre tu, che sei immobile sull'altra parete, gli rispondi che magari un giorno una biciclettata.



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01/06/2009

151. Farà fede il timbro postale.

Dal treno per milano, dopo le risaie, un campo di calcio, una chiesa, ho trovato dei pezzi di quercia smuzzati, distesi per terra a ricomporre un tronco monco. Li ho intravisti, nella velocità siderale del regionale, e ti ho pensato, e ti ho cronologizzato – meticolosamente (non avevo niente da fare). Qui sul treno il cielo è tutto rosso chiaro, sporco azzurro, di quei cieli che le ragazze sturm und drang li indicherebbero con stupore. Io per me sono inquieta, ti ho ripreso dentro i pensieri. Nelle tue fattezze di adesso, sei i tuoi brevi messaggi di testo con le faccine demenziali.
Io per me pensavo, per volontà e per forza, di essere diversa da certe altre, e quando giravo per la città, e le incontravo, e le salutavo con disagio, mi credevo talvolta superiore, come scampata miracolosamente da quel modo. Talvolta guardandole pensavo invece di voler essere loro, e che mai sarei stata. Talvolta ancora, le vedevo semplicemente diverse, e non mi infastidivano, e volevo io non infastidire loro, come due rette parallele che non si incontrano. Anche te sei una retta parallela, e oggi io vado a coincidere con quel gruppo femminino, e me ne faccio capo. Io per me funziono a brevi tratti, a segmenti, a pezzi. Il tuo tratto, che mi conservo, è quando sistemi gli occhiali di fronte ai fogli di appunti disordinati, inchiostro nero, con una calligrafia così brutta che commuove, e racchiude la tua infanzia in paraffina. Di te mi porto la calligrafia soltanto, la concentrazione delle tempie, l'immobilità di quelle intenzioni, e un soprannome. Quello che è al di fuori, quel copione smunto che hai riservato, la contrazione muscolare del tuo volto e la banalità ikeiko-esistenziale, te lo puoi tenere e riciclare. Tutto questo te lo scrivo in treno, sul secondo piano del regionale, in piena emergenza di puzza stagnante, di piscio, e lattine accartocciate. Di fronte a me due poliziotti hanno chiesto i documenti ad Ahmed. Sono fermi ad aspettare la telefonata dalla centrale, e Ahmed, così l'ho chiamato, guarda fuori dal finestrino. Io anche guardo fuori, e mi dico «fa che Ahmed sia regolare, fa che Ahmed sia regolare». Poi i poliziotti se ne sono andati, e io mi sono vergognata della mia preghiera pregiudiziale, e mi sono vergognata delle tue faccine demenziali, e allora ti ho lasciato andare.



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30/04/2009

150. Mellificano al filologico


Io e mio salmone domestico studiavamo con attenzione il foglio delle cose fare. Il foglio delle cose da fare si riempie di cose che non abbiamo la forza di fare: il sistema funziona per la teoria degli extremis, ovvero spostare all'ultimo momento tutto quello che non riesci psicologicamente a fare, e poi, in extremis, farlo per forza di cose. Questo modo genera strascichi e tristezze quotidiane, imperfezione, inadeguatezza eccetera. Mentre noi si studiava il programma si è spenta la luce di un quarto di mondo. Non ce ne siamo accorti subito, sul letto, appoggiati a schiene al muro, perché subito ci siamo accorti solo di lampada a braccio su tavolo, si è pensato fulminata per troppo amore. Io e mio salmone se incontriamo la gente un po' gne-gne, tutta amore e nuvole, la chiamiamo sturm und drang. La mia lampada, sebbene abbia fattezze ikeico sovietiche, a volte sembra un po' sturm und drang. Il primo sospetto di quarto di mondo è arrivato quando sagoma di gattuso ha iniziato ad urlare dalla vasca da bagno. Tastando e sbattendo io e mio salmone siamo arrivati alla porta di casa, ma nessuno sulle scale. Eppure anche lì, quel pezzo di mondo, spento. Hai visto, dice salmone, la mia teoria del decesso termosifoni alle undici è vera: i vicini che dormono tranquilli, noi a morire di freddo nell'indifferenza dei passanti. Forse, dico a salmone, tutto il palazzo dorme, oppure tutto il palazzo si affida alle cure degli altri: in casa, in silenzio, ad attendere che qualcuno faccia il primo passo. Io il primo passo l'ho fatto, ma poi mio salmone, controllando la lista delle cose da fare, mi ha detto torniamo in casa, qui non c'è scritto che dobbiamo prendere il diploma di ingegnere elettronico.
A casa, nel buio, incontriamo sagoma di Mellificano al filologico. Non pensavo neanche esistesse, e invece così pare. Mellificano al filologico è invisibile, come in quelle fiabe con le cose che a metterle sopra non ti vede nessuno. Ma mio salmone non è nato ieri, negli anni ottanta ha comprato quegli occhialetti speciali che puoi vedere attraverso i vestiti. Guarda, mi dice salmone scrutando parete, c'è sagoma di Mellificano al filologico. Dove la mettiamo, chiedo a mio salmone perplessa. La lasciamo in un angolo finché non si toglie l'invisibilità. O finché la luce non torna, aggiungo io in un lampo di genio. Poi ce ne andiamo in camera, io sotto le coperte e lui nella cassettina, ad attendere in extremis il mattino.
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21/03/2009

149. Come un incontro

Io e augmentin compresse si stava tornando a casa sulla via del ponticello. Io non parlavo, ma se avessi avuto voce avrei detto del vuoto di questi tempi, così vuoto che se ci passi in mezzo al vento noi si fischia come un flauto traverso. Avrei detto ad augmentin che ultimamente, negli ultimi mesi, le mie uniche cose scritte risultavano essere così burocratiche che il guardiasigilli in persona mi avrebbe assunto come portavoce della borsa che ho accanto. Oggi ho visto, sotto mezzo sole e mezzo freddo ombroso, un amico che aveva fatto la sua tesi notturna in casa mia per un po' di settimane, qualche anno fa; allora gli ho disegnato con le dita una linea d'orizzonte sopraccigliare, nel tentativo di sorriderlo negli occhi. In realtà non avevo le forze neppure io, ma forse mi è rimasto ancora un rimasuglio di cattolicesimo interiore, detto socialismo sorridente forzato. Non ho molte forze in generale perchè augmentin compresse me le toglie, e anche tu me ne hai tolte un po'. Sei un tu generico, indefinito, che si delinea in tentativi e fughe, in rimasugli e paccottiglie, volontà e caso. Tu sei inteso come promessa e negazione, legante e premessa, e come niente. Tu sei in definitiva un'ambasciata del vuoto, nicchia pretesa e rifiutata, poi ripresa ancora. E in questo vuoto, guarda caso, ecco spuntare la vecchia squama. Mi guarda appeso al ponticello, girato verso il canale l'archibugio del Leonardo. Mi guarda, pare triste anche lui. Non voglio neanche sapere, mi dice. E mi si avvicina, con fare disilluso, come con quelle cose che non puoi cambiare. Si avvicina e con la pinna mi disegna la linea d'orizzonte in viso, e nei suoi occhi io mi ritrovo e sento a casa, non vorrei ma mi sento a casa, la sola nicchia che ho fatto io.
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31/01/2009

148. Per una fine

[...] Al semaforo sento toc toc dal finestrino. Apro la portiera e vedo mio salmone domestico salire. Allora non sei tornata da Pessoa Rodriguez Pontormo? No, gli rispondo, sto andando a casa. Però, mi dice sogghignando, sei davvero imprevedibile. Va bene, ho capito, quando arriviamo a casa giochiamo a monopoli.
Pensavo che te ne fossi andato per sempre, gli dico. Pensavo anche io, mi dice, solo che poi ho pensato anche che tu non saresti stata in grado di salire la collina in retromarcia; che sei noiosa e abitudinaria, e quindi saresti scesa, lasciando le tue metafore in balia dei venti. Allora sono tornato. E poi ho pensato che non ti avevo neanche costruito una sagoma di me stesso come regalo di addio. Me ne vado tra un po' dai. Però prima lasciami un preavviso, gli dico. Di quanti giorni? Mi dice. Facciamo tre mesi, come i contratti. Tre mesi sono troppi! Mi dice. Due mesi e la promessa che non mi mangi più le bozze di Rotoli. Un mese e nessuna promessa, risponde. E così via, fino a casa. Nel mio giardino le Sagome ci stavano aspettando per un'altra domenica di discussione.
Avrebbero chiamato i due avvocati per andare a vedere qualche mostra. Avrebbe chiamato Madrelinguaspagnola per raccontarmi del suo ultimo viaggio, sarebbe passato Project-manager per projectare e managerizzare la settimana. Poi, verso mezzanotte, sarebbe venuto a trovarmi Pessoa, per dirmi che zia Speranza gli aveva dato un'idea per il futuro, che potevamo fondare una società per scrivere lettere d'amore agli innamorati. Come quella fiaba dei vestiti del re!, gli avrei risposto io, potremmo vendere lettere d'amore non scritte e dichiarare che possono essere lette solo da persone davvero innamorate.
Infine sarebbe arrivato il mattino, e sola sulla scrivania avrei continuato a scrivere lettere d'amore completamente bianche. E mio salmone domestico, senza la minima perplessità, sarebbe stato l'unico su tutta la terra a dire che sì, quelle lettere in effetti erano le più belle sull'amore mai scritte.
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Zero. Mio salmone domestico

Pessoa Rodriguez Pontormo, detto anche Pessoa, ha ventiquattro anni, si tocca sempre la barba e comunica solo attraverso mugugni e lamenti.
Il fatto è, mi dice, che non credo più a niente. Non voglio più vedere nessuno, non ho più neanche le forze per innamorarmi. Capisci, mi dice, non riesco neanche ad uscire di casa. Se tutta la vita è solo questa, se mi disilludo ora all'età che ho, cosa mi rimane tra dieci anni, sposarmi e fare un figlio? Un figlio, penso, io a lui non ce lo metterei mai in mano. Mi appellerei a qualche tribunale speciale per i diritti dei suoi figli, e glieli porterei via, ecco magari non li tirerei su neanche io, ma glieli porterei via intanto.
Zia Speranza, mi dice, mi ha consigliato di fare un viaggio. D'accordo, ma dopo il viaggio cosa faccio? Torno a casa mi sposo e faccio un figlio? Senti, gli dico, adesso è tardi e devo andare. E poi, scusa, è necessario che mi racconti ora i problemi che avrai tra dieci anni? Se fai così li devo ascoltare due volte. Pessoa Rodriguez Pontormo sembra non ascoltarmi, rimane zitto, pensoso. Però, mi dice, potrebbe essere che un figlio lo faccio prima. Potrebbe essere che mi sbaglio e faccio un figlio. A quel punto, se non ne parliamo oggi, cosa servirà fra dieci anni quando lui sarà alle elementari?
C'è un altro fatto, mi dice, che ti devo proprio raccontare. Di notte sento le voci. Sento un campanello e subito dopo la musica di Via col Vento. No, non dormo con la televisione accesa. Temo che sia un brutto segno, perché se fra dieci anni anche i miei figli sentiranno le voci zia Speranza non potrebbe mai perdonarmelo.
[...]
Prendo le mie cose e me ne vado. Pessoa Rodriguez Pontormo abita su una collina. Quando esco dal cancello ho sempre paura di rompere la macchina. Scendo per la strada sterrata, scendo in prima, con brusche frenate, compio eroiche manovre ad ogni curva, cerco di non perdere gli specchietti e di evitare i cespugli. All'ultimo tratto di strada sento qualcosa di viscido toccarmi una spalla. Inizio a gridare. Mi ritrovo a testa in giù. Due occhi giganti mi fissano.
L'ho conosciuto così, in una sera d'agosto con le cicale, in una macchina capovolta su un campo di grano, con qualche frattura e un taglio sulla fronte, spaventata, e la sensazione di essere scampata alla morte.
Sei un incosciente, gli urlo schiacciata sul tettuccio. E lui, aggrappato allo schienale, mentre continua a prendere botte alla fronte sbattendo sul cambio, si avvicina e mi dice le sue prime parole: «Posso diventare il tuo salmone domestico?».
Quando riapro gli occhi sono su un'ambulanza. Vedo il salmone aggrappato all'asta di ferro della flebo. Mi dice peccato che non hanno usato il defibrillatore, perchè è una cosa che ho visto solo nei film. Sono terribilmente stanca e confusa, richiudo gli occhi e sento solo il rumore lontano di una sirena. Salmone balza giù e torna a parlare. [...]
Lei è un parente stretto? Sento appena fuori dalla stanza. Conto i cassettoni di plastica sul soffitto, sì sono il suo salmone domestico, risponde lui, le tende sono di un orribile verde, è stato un brutto incidente, dice il dottore, un crocifisso appeso al muro, ma non è grave, si riprenderà presto, se vuole puo' andarla a trovare già ora, no, gli risponde salmone, faccio prima un giro negli altri reparti. Lei sa dove posso trovare un vero defibrillatore?
Poi sento scuotermi. Scusa se ti ho svegliato, mi dice salmone, ma mi annoiavo a morte. Lo sai, mi dice, in questo posto si mangia come gli inglesi. Alle sei in punto e guai a chi sgarra. Con il pollice indice formo una pistola e faccio bang. Mio salmone scende dalla sedia e mi dice, dov'è che ti fa male? Io gli indico il braccio, lui si avvicina e mi dà una testata proprio lì.
Insomma, mi dice, sento che andremo molto d'accordo. Dov'è che abiti? Spero non sia in una strada troppo trafficata perchè io odio i rumori. Immagino che vorrai sapere chi sono, da dove vengo. Io gli faccio no con la testa, e per farlo stare zitto gli dico passami il mio telefono. Vedi, mi dice, qualche anno fa ho abbandonato il branco di salmoni che risaliva il fiume Po, chiama Pessoa, gli dico, e chi è, mi chiede salmone, senti, gli dico, chiedigli di venire qui per liberarmi di te.
Come liberarti di me, dice salmone, cosa vuol dire? Vuol dire che appena esco di qui non ti voglio più vedere. Questo no, mi dice salmone, questo non è possibile, io vengo a casa con te, ho la legge dalla mia parte. Non è vero, gli dico, chiamerò i miei avvocati. Chiamali pure, mi dice, intanto io ti racconto la storia della mia vita. Quando ho lasciato il branco di salmoni che andavano verso il nord del fiume Po. Non esiste il nord del fiume Po, dico seccata. Quando ho lasciato il nord del fiume Po, continua salmone, mi sono immesso in una delle innumerevoli statali dell'Italia settentrionale. A sedici anni mi sono innamorato perdutamente di Krono, una femmina di salmone destinata a diventare famosa. [...] La Medusa, dice, io la amo. Solo che quando ho tentato di dirglielo non l'ha capito: le ho regalato un pacchetto di ciunghe, e lei ha voluto a tutti i costi pagarmelo.
Le porte automatiche dell'ospedale si aprono, con una stampella mi trascino verso l'uscita. Ti ho annoiato?, mi chiede. Me lo domandi perchè mi hai parlato per una settimana unicamente della tua vita? Poi alzo un braccio, e si avvicina una macchina blu. È Avvocatessa, che mi apre la porta e mi aiuta a salire. Cosa dobbiamo farne di quel tuo salmone?, mi chiede perplessa. Assolutamente niente, non è di mia proprietà e la legge è dalla mia parte, giusto? Tecnicamente sì, ma bisogna capire se fa parte della categoria degli animali domestici o cosa. Ma io non c'entro niente? Tecnicamente no, ma visto che era in macchina con te potrebbero subentrare questioni morali e non escluderei problemi con l'assicurazione. Anche l'omissione di soccorso se fa finta di star male sul marciapiede. Mi giro verso salmone che stramazza a terra strisciando e stringendosi le pinne alla gola. D'accordo, gli dico, fallo salire in macchina e accompagnaci a casa. Una settimana al massimo e lo sbatto fuori.
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26/01/2009

147. Mentre le tre scimmiette sul comò non sono una filastrocca, ma un possibile metodo di autoconservazione

Osservo mio gnomo domestico, che per una grave forma di pigrizia, di ideologia, o di una e l'altra mischiate alla malattia del secolo (l'indifferenza), continua a fissare il vuoto con il braccio sinistro alzato. Vedi, gli  dico con estrema delicatezza, tu saresti il mio amico ideale, anzi, l'amico ideale di un'intera generazione, ma che dico, del mondo intero, eppure, e nonostante ciò, io non posso tenerti. Guarda, io di uno come te potrei anche innamorarmi, il fatto è che in qualche modo non voglio neppure farti soffrire.
Gliel'hai detto? Urla brutalmente, con accento veneto, mio salmone domestico dalla cucina. Non gli rispondo, alzo gli occhi e sbuffo, parlo a voce più bassa, a tu per tu con gnomo. Hai capito?, gli sussurro, è per questo che non ti posso tenere. Non posso tenere neppure le cipolle in casa, pensa te. No, non è che ti vado paragonando ad una cipolla. Ti va se ti appoggio un attimo sul comodino, vicino alla sveglia che proietta l'ora e annichilisce i miopi come me? Tu sei miope?
Non risponde, temo di aver toccato un tasto dolente. Faccio così con la mano, su e giù, davanti ai suoi occhietti neri, e in effetti no, gnomo non si muove. Spalanco le palpebre per il pensiero inaspettato, mi metto un palmo sulla bocca per non fuoriuscire stupore. Aspettami qui.
Vado da mio salmone e gli faccio segno agli occhi.
Hai finito le lenti a contatto?
Metto un indice alla bocca, in verticale, per chiedergli di stare zitto.
Sapevo di lenti a contatto costose, giornaliere, mensili, colorate. Ma lenti a contatto con le orecchie, e lenti a contatto che si offendono...
Vuoi tacere?
Ma le hai finite o no?
Mio gnomo...
Ha bisogno di lenti a contatto?
Prendo per una pinna salmone e lo porto in camera. Lo metto davanti allo gnomo e gli dico: prova tu.
Mio salmone gli si avvicina otticamente stringendo gli occhi. Senti, gli dice, com'è che sei uscito dall'ampolla?
Poi mio salmone mi guarda, fa spallucce e fa sentenza: è sordo. Hanno dimenticato di costruirgli le orecchie; se guardi bene non ci sono: noi le abbiamo date per scontate sotto il cappello, ma chi ce lo assicura? Mancano le orecchie, e a quanto pare (lo dice scrutandolo dall'alto al basso e dal basso all'alto) non sono le uniche ontologie che gli mancano.
E comunque, dice poi mio salmone guardando gnomo con aria di sfida, non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Io adesso torno in cucina, se togli lo gnomo comunista dalle mie storie ti pago due confezioni di lenti mensili bicolore. Bicolore, sì, come i collant chanel euros 200 collezione inverno duemilaotto-duemilanove. E non guardarmi così. Tanto il tuo gnomo non sente.
Salmone se ne va di là sculettando, con in mano l'ultima copia di veneto fair. E io con lo gnomo e il mio imbarazzo, cercando di spiegare a lui e alla sveglia che mio salmone è fatto così, e io sono come una prigione sotto il mare, una prigione che proietta cose sfuocate, in attesa di una pedina che si smuova.
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21/01/2009

146. Se le cose non fossero andate così.

Nella tasca del cappotto, come sempre, avevo il mio Gnomo, e come sempre, vicino a me, salmone. I fortunati giovani quindicenni avevano il compito, pena la detenzione di crediti per la maturità, di scrivere un articolo in base a delle informazioni date a caso da mio salmone, cosicché io potessi nel frattempo parlare un po' con Gnomo.

Who: un signore (sessantenne) dotato di un cappello e di un solo guanto
Where: Milano Centrale, binario 21
Why: nessuno lo sa
What: morto, stecchito
When: ieri pomeriggio, tra le 15.30 e 16.30

La mente della gioventù è annichilita. Io mi sono annichilita al compimento del mio diciottesimo anno. Dal mio diciottesimo anno non ho più alzato la mano, non ho più creato scompigli né accanimenti anti-stipendiatidallostato; sono sempre rimasta immobile, bloccata, impassibile. Ma prima dei diciott'anni io e Pessoa eravamo delle bestie, andavamo attaccando manifesti contro il chiaro di luna, lasciando sulla cattedra frasi rivoluzionarie pseudo-marinettiane scotchiate sotto il registro. Eravamo due sedicenti che si scambiavano gli antenati dei moleskine (fruit of the loom) dandoci la stessa importanza di due intellettuali sotto le bombe alle prese con corrispondenze a proposito di bergson. E se un pirla qualsiasi ci avesse imposto di fare una cosa idiota sulle cinque w ci saremmo alzati e avremmo urlato all'ingiustizia, o avremmo scritto una cosa tanto paradossale, ambientata sul binario 21 di marte, che sarebbe stata l'equivalente di un sabotaggio. Questo per dire che i giovani d'oggi, rispetto a quelli di ieri, hanno una marcia in più, sono più maturi, meno arroganti, o dimostrano la loro arroganza con la passività. Hanno già capito che non ci si può opporre a niente, e subiscono tutto, tutte le violenze di questo mondo, sobriamente, silenziosamente, inevitabilmente.
Vengo a scoprire in breve tempo che questo povero signore era un barbone di Milano Centrale, morto tra l'indifferenza dei passanti, e che ora tutti i pendolari erano spaventati che anche loro potessero finire di questa tragica fine, signora mia. Il 100% di questa gioventù non ha pensato che si muore anche per malattia (e come si fa a pensare alla malattia, beata gioventù?). Per i giovani di oggi si muore per traffici di droga, cocaina in particolare, e violenze imprevidibili, e amanti brutali, e situazioni estreme, ma soprattutto in mezzo al male del secolo, l'indifferenza.
146. Se le cose non fossero andate così era nelle intenzioni la storia del signore sul binario 21 di Milano centrale, ma non ne ho le forze. Ho guardato lo gnomo e ho ripensato alle rane, alle biglie, alle foglie, e ho pensato che in uno dei tanti litigi con Pessoa, sarà stato il compimento dei diciott'anni, ci siamo dati appuntamento e senza metterci d'accordo ognuno aveva portato all'altro gli “effetti personali”, ovvero i quadernetti colorati. Cosicché, con quell'orgoglio che solo gli adolescenti tengono dentro, io gli diedi i quadernetti che avevo in casa, con disprezzo (“roba tua, a me non interessa”) e lui diede a me quello che aveva in casa, con una smorfia (“roba tua, io non me ne faccio niente”) tornando dunque alla situazione di partenza, un uno ad uno palla al centro, nulla di fatto allo specchio. Se oggi, guardando questi ragazzi, potessi tornare un po' con quell'arroganza e quell'orgoglio perennemente ferito e tremante, se potessi in qualche modo prendere lo gnomo e in mezzo ad una stanza tirarlo fuori con orgoglio, da savonarola, da combattente; se io e Pessoa adesso ci scuotessimo dal torpore quotidiano, in un'improvvisa destazione di rivoluzione permanente, pura, improduttiva e tuttavia entropica, forse allora salmone, gnomo, e sì, diciamolo, quella lurida sagomadipiccoloprincipe, sarebbero reali, concreti, palpabili, non esercizieschi. Perchè moriranno tutti loro, un giorno, sul binario 21 di Milano centrale, tra le 15.30 e le 16.30 di un lunedì pomeriggio, in mezzo all'indifferenza dei passanti.
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16/01/2009

145. Mio gnomo domestico

“Dove l'hai messo?”
“È di là, vicino all'ampolla”
“Ma l'hai messo dentro l'ampolla proprio?”
“No, lì vicino, è vicino all'ampolla”
È così che io e mio salmone domestico, dopo qualche settimana di screzi, abbiamo ricominciato a parlare. Il fatto è che nel mio zainetto verde alga del mar morto ho trovato questo affarino di plastica, viola spiccato, con due occhietti neri, la barba lunga, e la mano sinistra, a pugno, alzata, e un cappello sul capo che pare comprato a stalingrado. Ha le fattezze di uno gnomo, e ha tutta l'aria di essere uno di quei doni che le grandi società produttrici di merendine tossiche delle quattro p.m. regalano dentro le loro confezioni.
Lo gnomo è di millimetri novanta per trenta, non è fornito di lettere allegate, non ha il timbro della fabbrica da cui esce, non appare in alcun catalogo cartaceo e on line, e pare che fino ad ora nessuno abbia studiato e approfondito il suo torbido passato di comunista.
“Hai chiamato i comitati leninisti?”
“Non ancora”
“E che ce ne facciamo di uno gnomo?”
Che ce ne facciamo. Odio mio salmone domestico quando fa il pragmatico. La stessa cosa che faccio con un salmone domestico, ce ne faccio. Lo faccio diventare uno gnomo domestico, ce lo faccio.
“È uno gnomo parlante?”
“Personalmente non gli ho rivolto parola, ma ammetto di averlo portato nella tasca dei jeans per tutto il giorno”.
“Da dove arriva?”
“Non ha importanza da dove arriva, arriva da dove doveva arrivare, l'importante è dove andrà ora”, gli dico alzando un sopracciglio. Non è vero che non ha importanza, ma voglio che mio salmone abbia l'immagine di me che non do alcuna importanza alle azioni del prossimo o della storia, che sono superiore alle azioni, che vado dritto dritto al di per sé. Nella mia breve e razionale ricerca per soggetti ho escluso a priori miominuscolofratello, giacché non lo vedo da settimane, e ho escluso anche S., l'amica che vuole farmi credere che anche la puzza delle mense universitarie può in qualche modo diventare una religione. L'ho esclusa perché gliel'ho chiesto, mi ha assicurato che lei non è né l'amelie né l'omelette (della mensa) e quindi un altro buco nell'acqua. Ho escluso per ragionevolezza Gattuso, Sagomadipiccoloprincipe (troppo stupido anche per questo), Dio (...), Canebianco, e naturalmente Salmone. Salmone è troppo egocentrico per regalarmi uno gnomo domestico. C'è solo una spiegazione, a questo gnomo, la più squallida e la più ignobile che la storia possa creare: lo gnomo ci è entrato per sbaglio, nel mio zaino.
Ma noi questo non lo vogliamo. Non vogliamo che la mia coinquilina, che tiene tutto quello che gli capita tra le mani con un'ossessione e meticolosità impressionanti, abbia dimenticato lo gnomo in casa, e non vogliamo che lo gnomo, per qualche strana forma di accanimento nei miei confronti, si sia infilato senza volerlo nel mio zaino verde erba di campo tagliata, e fine della storia. Accanimento, sì, perché giusto il giorno prima avevo urlato in casa: Ma perché mi devi mettere nella posizione di dover difendere il film la meravigliosa favola di omelette? Accanimento, perché questo gnomo mi farà litigare ancora con salmone, e farà in modo di essere al centro di ogni mia attenzione, e farà in modo di farsi portare, villano e comunista com'è, ovunque io vada.
“Adesso”, dico a salmone domestico, “andiamo dallo gnomo e gli spieghiamo da dove è arrivato”
“E poi lo mettiamo dentro l'ampolla”
“Gli spiegheremo dove dovrà andare, e ce lo faremo amico. E in mia assenza tu lo tratterai bene e gli darai una collocazione nel mondo”
“E lo infilerò nell'ampolla”
“Gli darai una collocazione nel mondo e lo farai felice”
“Sì, sarà felice, sigillerò lui e tutta la sua felicità nell'ampolla”
“Vicino all'ampolla”
“Dentro”.
postato da: lumicino alle ore 22:46 | link | commenti (3)
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10/01/2009

144. L'amore che guasta, ma anche l'amore? basta, ma anche l'amore e basta di giuseppina ferrero & tiziano ferro.

Non vorrei farti soffrire. È questo il leitmotiv, lurido e sporco, che capita di questi tempi.
Di questi tempi pare che le persone ti guardino in faccia e pensino: soffre, non voglio aggiungere sofferenze ad altre sofferenze.
La sofferenza appartiene a due categorie di persone: quelle totalmente inconsapevoli e quelle consapevoli fin troppo. Mi correggo. La sofferenza appartiene di natura a tutti, ma una persona mediamente attrezzata la sa accettare esattamente come accetta lo spegnimento di calorifero alle 23 in punto, e la lenta, inesorabile decomposizione del latte parzialmente scremato. La sofferenza deve essere presa con freddezza, con sobrietà, come un'inevitabile esperienza umana né più né meno di tutto il resto. E invece, c'è gente che pare si preoccupi addirittura delle altrui, di sofferenze.
Io non ho mai detto a nessuno, nemmeno alla persona più infima di questa terra, "non vorrei che tu soffrissi". Mi sembra una questione di rispetto. E io rispetto sempre l'altro, perché in famiglia mi hanno insegnato l'educazione. E poi diciamo le cose come stanno, a nessuno interessa il grado di sofferenza altrui, semmai si è interessati al proprio.
Le cose accadono e basta, gli strascichi la gente li aggiunge quando non ha niente di meglio da fare, quando non ha un lavoro da preparare, quando non ha un libro da leggere.
Mi sembra che gli utilizzatori di questa frase pecchino di un'ingiustificabile arroganza e nel contempo di stupidità infantile. Perché bisogna essere stupidi forte per utilizzarla, o pensare che l'interlocutore non sia intelligente abbastanza per non capire che dietro quella frase ci sta solo un significato: vorrei una prestazione sessuale veloce e indolore e senza strascichi, ma nel contempo non vorrei svegliarmi il giorno dopo con un problema in più tra i piedi, e non vorrei che tu pensassi che la prestazione sessuale era per te e per me, giacché era per me e basta. Intere generazioni cresciute con i film di bertolucci e a questo ci riduciamo. A giustificare ancora le nostre azioni, a sopire ancora i sensi di colpa, i distaccamenti dalle regole etiche e morali di secoli di cristianesimo sui pori della nostra pelle. A questo siamo ridotti. Proporrei a chi cerca prestazioni di qualche minuto un nuovo modello comunicativo, una traslazione di significante, un linguaggio chiaro e diretto di comunicarsi previa-durante-dopo la cosa. Possiamo anche infiocchettarlo, mettendoci di comune accordo, e anche con fiocchetti filmici: "non vorrei che finisse come un film di mediaset".
Così ci capiamo, annuiamo, fine del problema. Al mondo c'è ancora troppa gente che soffre per sentimenti & emozzioni. Bisognerebbe incarcerarli, perché sono loro che poi fanno dire a certi dementi frasi come "non vorrei farti soffrire", "per me è stato solo un giuoco", "rimaniamo buoni amici". Dio mio, che orrore lessicale, e quanta laura pausini in tutto questo. E che pochezza interiore. Che mancanza di compostezza. Che sciatteria intimistica. Che poca sobrietà.
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09/12/2008

143. Virgola e altri racconti

Io e mio salmone domestico eravamo in stazione verona porta nuova, all'entrata principale, di fronte la nebbia e alle spalle una marea di turisti studenti famiglie. Ho avuto un sussulto, una commozione interiore. Stavo mortificando il tempo, da lì al treno regionale per milano lambrate, leggendo un libro, ed ecco che mi sovviene il mio primo libro, che non è I ragazzi della via Pàl come volevo pensare, bensì Virgola e altri racconti.
Un pomeriggio estivo mi è entrato in un cono di luce. Tapparelle quasi giù, finestra aperta, un albergo della riviera, con la puzza di pesce fritto salire dalla sala ristorante, tende svolazzate, la luce entrare e non entrare (perché entrava e non entrava anche in quel libro che stavo leggendo, in stazione, al freddo); ed era uno di quei pomeriggi in cui entrare nell'acqua era la sola ragione di essere al mare; e questo pensiero di entrare nell'acqua era il tempo dell'attesa del Tutto, era la motivazione interiore ed esteriore della mia esistenza; e la richiesta di entrare in acqua, con la domanda se fosse già passato quel tempo misterioso chiamato 'digestione', diventava un'ossessione familiare, ai limiti della paranoia collettiva: aspetta altri cinque minuti, aspetta un'altra mezz'ora; sì, ora puoi, ma non andare troppo in là.
  Virgola e altri racconti in questa giornata invernale da venticinquenne annichilita dal freddo mi ha commosso. La copertina bianca, linda, a sfumature azzurre, e Virgola tra le nuvolette, rassicurante, che esiste per il solo fatto di essere lì, su una nuvoletta, in attesa di nascere. Virgola illustrazione con poche frasi, in times new roman forse, ma certamente enormi, che non pretendono niente.
  Ho fissato salmone e ho pensato che a confronto Virgola è un essere superiore, celeste, non dotato di ironia e sarcasmo e tristezza, e quindi un essere meraviglioso, di una purezza struggente. Virgola è superiore alla mia tazza “Constant quality coffee”, alla Lettrice di Faruffini, alle stampe dell'Olivetti, a tutti i lampioni del mondo. E anche, lo dico senza rabbia, è superiore al fondotinta chanel. Ho fissato salmone, serio nel suo lavoro di spallate su tutti quelli che gli passavano controcorrente. E nella controcorrente di Verona Porta Nuova il cono di luce si è spento, ho preso per mano salmone e gli ho detto basta così, accettiamo di non essere Virgola, giriamoci e rientriamo nella folla anche noi.

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08/11/2008

142. Anatomia del cuore salmonesco.

corazza da dieci mm di acciaio inox, poi arriva uno strato di sassolini, fango del Nilo, polistirolo, fogliame, trincea, cosini di plastica con l'aria dentro che se schiacci fanno plic, bastoncini di legno conficcati in fila indiana, tappaorecchie, carta da regalo, cemento, viti, catene, tirapugni, code di gambero alla piastra, sabbia & conchiglie, affastellamenti organizzati. rumori di disturbo, specchi, frattaglie. Valvole di pompaggio adattate allo zero positivo, e ricoperte da uno strato di spugna del mare dei tropici.
Infine un tocco di chanel n.5.
Detta così potrebbe anche sembrare che non esegua le sue normali funzioni battitive. Eppur, da un punto di vista strettamente tecnico, si muove.

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03/11/2008

141. Tutte le stoviglie del mondo

Io e mio salmone domestico stasera vicky qualcosa barcelona, filmaccio in accio per molti motivi, ma soprattutto perché
1. un titolo del genere non capitava dai tempi del fermo e lucia.
2. io e salmone volevamo andarcene subito dopo il primo tempo ma giaccanera ci ha accusato di presomalismo e allora per orgoglio siamo affondati nella poltrona cercando di guardare il film a metà schermo così da percepire metà fastidio; l'altra metà però era per l'accusa di giaccanera, e allora il fastidio è rimasto di unità uno.
3. capivamo io e salmone che in quel film c'era qualcosa da notare, ma non volevamo notarlo, ci siamo semplicemente rifiutati di guardarlo. e così le immagini si sono susseguite senza una visione prospettica del significato, senza uno spessore tattile, senza squame pescose, esattamente come feci a londra parecchi anni fa di fronte a un giurassico park due a inglese stretto, montatura di occhiali rotta, io e quell'altra dormienti in ultima fila.
mio salmone è annichilito da questa giornata, è annichilito non solo per stasera vicky qualcosa, ma per la giornata tutta e anche per il ventaccio che tira in accio per molti motivi provocanti quella cosaccia lì, che voialtri chiamate senso di colpa, e in realtà è solo una variante di cattolicesimo integralista.
Gira ventaccio quaggiù, e quando gira ventaccio mio salmone perde l'attitudine all'igiene del sonno e alla visione programmatica del mondo ossessivo-compulsiva: quando lava i piatti non mette le cose in fila a seconda del modello di bicchiere ikea, tazza azzurra poi verde poi a foglia, piatti prima di un tipo, poi di un altro. Mio salmone domestico quando gira ventaccio perde la bussola e la predisposizione alla sintassi lineare, e non riesce a leggere libri, si fa infinocchiare dalla dialettica-retorica spregiudicata di giaccanera, in una parola si sperde. Io, più pragmaticamente, mi spengo. Lo guardo nella sua cassettina di fragole che quando la pinna si appoggia su o diventa un po' fragile, gli dico che domani riparte tutto da capo, che domani con metodo ci rimettiamo a sistemare tutte le stoviglie del mondo.

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22/10/2008

140. Primi appunti salmoneschi per un dizionario italianista-italiano

1. non sarà inutile notare

a. non so se c'entra qualcosa, ma tant'é.

b. avviso che sto per dire una cosa del tutto inutile


note: si trova a volte con "forse" o "davvero", a seconda del grado di insicurezza dell'italianista che scrive (naturalmente crescente).

es.: non è inutile ricordare che Calvino inizia per C e finisce per O. [da Su Il sentiero dei nidi di ragno di I.Calvino, Certosa di Pavia 2001, p. 10]

es.: non sarà forse inutile ricordare che Calvino ha scritto Il sentiero dei nidi di ragno. [op.cit., p.13]


note: usato ovunque, ma in modo particolare nel lombardo-veneto e nelle aree montane, dove si assisterà a brevi precipitazioni.


sinonimi: non sarà fuori luogo, non sarà scontato, non sarà superfluo.


2. cartina tornasole

non si è ancora trovato un corrispettivo in italiano, per ora ci si accontenti di "carta, forbici, sasso".


note: usato molto in italia centro-meridionale e sud. prediletto dai romani nell'accezione "aò, cartina tornasore".

attestato talvolta in combinazione con 1: una non scontata c.t.

es.: questo libro può essere considerato una c.t. per approfondire i meccanismi del Gadda narratore [da Saggio su Il Gadda narratore, Roma 2003, p. 2001]

3. lavoro parziale, che necessiterà di ulteriori spogli/approfondimenti

a. il lavoro è finito, ma sono confuso.

b. bisognava fare uno spoglio infinito, e poi mi sono chiesto: ma chi me lo fa fare?


note: usato molto in valle d'aosta, piemonte, liguria, lombardia, toscana e lazio. sembrerebbe un prestito francese.

comprovato l'uso in ambito linguistico e filologico. più raro, ma comunque attestato (vd. infra), in ambito critico-letterario.

es. Non sarà scontato ricordare qui che Calvino ha vissuto parte della sua vita a San Remo. Abbiamo raccolto alcuni dati circa questi anni sanremesi, ma precisiamo che si tratta di un l.p., che necessiterà certamente di ulteriori approfondimenti.


4. Fin da subito/qui subito/fin da ora

attesta l'urgenza del non dire, come dire “sto per non dire una cosa subito, facendo finta di recuperarla alla fine del saggio, salvo poi dimenticarmi”


es. Preciso f.d.o. che in questo lavoro mi occuperò del Calvino calvinista. [da Saggio su Calvino e non sui calvinisti, Milano 2006, p.2]

5. appunti sparsi

mi sono fatto un culo così, ma adesso faccio quello che gli sono venute giù due o tre idee dal cielo


note: di frequente abbinato con 3.


es. Questi a.s., che ho elaborato nei miei ultimi trent'anni di lavoro, rappresentano una prima parziale revisione del Calvino narratore [op.cit., p.1]

6. Quel lodevole lavoro, ancora insuperato sebbene gli anni che ci distanziano

quel saggio di merda che mi tocca citare.


note: usato in tutta la penisola, questo incipit di frase in genere viene accostato ad una nota a piè di pagina che sottintende l'esatto contrario. A volte accade l'inverso: si spara nel testo, lodando poi l'autore sanguinante nelle note a piè di pagina. È un calco inglese, come si può ben capire dalla non scontata ironia insita nella frase.


es. Q. l. l., a. i. s. gli a. che ci d., rappresenta per noi un punto di partenza indiscutibile per la ricerca che stiamo affrontando.

Nota a piè di pagina: siamo proprio costretti a notare (contro la nostra volontà, giacché la bravura del collega non abbisogna qui di mie ulteriori specificazioni, e la mia eterna devozione a lui e alla sua scuola sono note) che in quel saggio mancava un'analisi di alcuni fatti peculiari, fatti che ci proponiamo in qualche modo di presentare nel corso di questo lavoro (ma non ora, essendo questo lavoro una serie di appunti sparsi, un primo approccio, un non scontato sguardo panoramico alla materia)[op.cit., p.4]

7. a nostro giudizio

a. nel giudizio comune, delle masse

b. sto dicendo una cazzata, la attenuo.


Usato molto dai critici militanti, giacché militano.


es. A n.g. questo nuovo libro rappresenta un passo in avanti per la letteratura italiana di oggi. [Corriere della Pera, recensione]

8. che tutti stavamo aspettando

significa che il critico in questione non legge, e le rare volte che legge dice che aspettava questo libro dall'ultima volta che aveva letto un libro, circa un anno prima. Usato anche nei circhi di moira orfei, con l'accezione di “ecco a voi l'elefante dalla doppia proboscide che tutti voi stavate aspettando”.


es.: Questo nuovo libro è il libro che tutti noi s. a. [Corriere della Pera, recensione]

9. Noi crediamo, noi pensiamo, ci sovviene

Io credo, io penso, mi sovviene. Oppure: Io e i miei amici invisibili crediamo, pensiamo, ci sovveniamo


es. Noi crediamo che questo non scontato lavoro porterà forse ad una nuova ricerca sul Gadda-non-finito. [op.cit., p.14]


10. crocevia

vedi nota 2. carta forbici sasso.


Sdoganato negli anni ottanta, oggi torna in auge alla grande e viene usato da tutti quegli studiosi che da piccoli volevano fare i vigili. Siamo costretti a notare che questa formula implica un segreto e non più confessabile (visto che è pratica ormai scontata) anticrocianesimo, meglio conosciuto come "spariamo senza farci vedere sulla croce rossa".

Attestato molto in ambito cinematografico.


es.: Il crocevia della letteratura italiana.

es.: Crocevia, rivista di letteratura.

 

11. Nomeautore narratore

si intende ribadire che l'autore è proprio narratore, e non viene studiato sotto il profilo estetico.

es.: Del Calvino narratore apprezziamo molto le sue scarpe. [op.cit., di nuovo]

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16/10/2008

139. Il tempo materiale o anche giorgiovasta mi ucciderà a sprangate o anche io con giorgiovasta ho un rapporto di amore e odio: io amo lui incondizionatamente e se mi dice buttati nel burrone lo faccio. Lui poi scenderebbe nel burrone e mi prenderebbe a sprangate.

Premessa con breve divagazione sui maestri della mia vita.

Giorgio Vasta ha il suo stile, e questo lo sa chi lo ha letto o lo ha sentito parlare. Ha il suo stile, la vastanarrazione, che per immagine è come un bimbo che lancia un sasso nell'acqua e da lì il sasso procede a salti e per ogni salto partono dei cerchi, in un movimento che - se non fosse per motivi tecnici, materiali - potrebbe anche essere infinito. Per un mese ho contato i giorni dall'uscita del suo romanzo, esasperando i librai della mia città con le mie invadenti insistenze. Poi un giorno il vastalibro è arrivato e io ho quasi avuto paura di incontrarlo. Non mi capita spesso di attendere fanaticamente l'uscita di un libro. Temevo che il libro non mi piacesse e nel contempo volevo che mi piacesse così come mi piace il vastainsegnante, il vastamaestro, il vastaconferenziere.

  Dico vastamaestro perché io storicamente ho alcuni li maestri miei tutti maschi, che prediligo e venero iperbolicamente e periodicamente (qui ci sarebbe una parentesi sulle maestre, ma è molto complicato). Ho sempre avuto un bisogno freudiano di cercare maestri, li ho cercati con più fervore e più metodo delle donne che cercano un uomo da amare o di un bimbo che cerca il latte materno. Ne ho avuto bisogno a sei anni e ne ho bisogno anche oggi, e quando incontro una persona più vecchia di me e più intelligente di me ritaglio la sua faccia e la accosto ai miei tre maestri storici. Per queste persone io nutro un amore incondizionato, asessuale, puro e senza secondi fini. Avere un maestro non è una prassi da protocollo ministeriale e neppure la Gelmini potrebbe inventarsi una legge ad hoc. Ho sempre pensato che la scelta non dipendesse neppure dal lecchinaggio o dal grado di confidenza che un allievo cretino sa crearsi con il professore sbrodolando simpatia. Bisogna avere un talento per farsi scegliere, per avere un'affinità elettiva con il proprio maestro rispettando la giusta distanza. Ma se non avete talento fate come me: i maestri sceglieteveli voi e costringeteli brutalmente con la forza.

  I miei tre maestri storici non si conoscono, ma per le loro caratteristiche, sebbene perfetti nella loro individualità, si compensano l'uno con l'altro andando a formare insieme le tre virtù cardinali: precisione, freddezza, temperamento. Li penso spesso insieme su una nuvoletta azzurro scuro, a triangolo, dove al vertice sta il più anziano per mia conoscenza. Che è un veneto professore torquatotassiano e colma i miei istinti repressi di precisione maniacale mai raggiunta. Ho sempre desiderato che lui mi scegliesse idealmente come sua allieva prediletta, come le scolarette di primo banco perfette e odiose, ma alla fine io e il mio pressapochismo non avevamo tempo di coltivare un qualche talento da apprezzare, e perciò siamo stati noi a scegliere lui, e così per il maestro numero due.

  Il rude maestrovasta lo scelsi subito dopo che stroncò un racconto mio anno 2001, intitolato "thé verde" (e la giorgiosatira non si dilungò tanto sull'orribile storia, incentrata su una giovane aspirante suicida con problemi adolescenziali. Tutt'altro: il suo problema, che poi si tramutò nel mio attuale problema, fu nella parola stessa. In questo caso "thé"). Quel giorno facevo di tutto per stabilire un contatto con lui; avendolo io scelto come maestro volevo almeno farglielo sapere. Addirittura ricordo che feci una cosa contro la mia natura: intervenni tre volte in un dibattito in corso, in un'aula strabordante (più di sette persone). Volevo dimostrargli di essere degna di diventare una sua seguace e allieva. Non avevo nessuna intenzione di mollare la presa, nonostante lui avesse scelto come interlocutrice preferenziale una giovane scrittrice romana con l'accento marcato. E ancora giorgiovasta stroncò brutalmente i miei interventi e forse in lui ci fu anche una sottintesa stroncatura della mia parlata veneta, e così io ebbi in odio tutto l'impero romano e implorai i barbari per una devastazione completa, un incendio gigantesco, di Roma tutta. Era l'anno duemiladue, l'anno in cui decisi che entrava nella nuvoletta anche il mio terzo maestro. Di lui non parlo mai, perché è più di un maestro, è quasi un padre. E questo basta.


Approfondimento
  Sulla potenza del giorgiovastismo: un giorno mi trovavo nello stesso albergo di giorgiovasta e non ricordandomi il nome dell'albergo chiedevo ai passanti "scusi mi dice la strada per l'albergo di giorgiovasta?" Beh, vi assicuro che le indicazioni me le davano e credo che ora stiano cambiando il nome sull'insegna. E ancora sul giorgiocentrismo: avevo sbagliato per la terza volta a prendere un biglietto del treno. Il terzo cambio di prenotazione l'ho fatto a due minuti dalla partenza e me l'hanno fatto solo perché ho detto allo sportello "devo prendere il treno che deve prendere giorgiovasta". Finisco qui perché immagino che sappiate tutti com'è andata quando ho chiesto da quale binario partiva il treno giorgiovasta-milano. Che nel frattempo da binario 6 è diventato binario giorgiovasta.

Approfondimento autoesegetico
  Se qualcuno leggesse veramente questo intervento potrebbe chiedersi cosa c'entra questo intervento con salmone. Il mio storico maestro tra i vari nomignoli mi aveva incollato addosso quello di lumicino (un altro, tra i meno mortificanti, è calimero). Mi suggerì di scrivere su un blog invece di rompere le scatole a lui, e così io su lumicino iniziai parlando di joseph conrad, e lui fece uno sbadiglio e io cancellai tutto, e pescai un salmone, che prese a insultarmi lui. E giorgiovasta, vedendo la violenza del salmone contro di me, disse che quella violenza contro di me era cosa buona.

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13/10/2008

138. Mio salmone domestico

ha un cuore così tenero che si taglia con un grissino.

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05/10/2008

137. Salmone, sei vecchio, rassegnati

Mio salmone domestico sta sempre nella sua cassettina di fragole che quando dorme una pinna esce fuori e copre la o. Sta sempre nella sua cassettina perché è arrivato l'autunno, e l'autunno provoca a mio salmone scompensi+ricorrenze+depressioni+freddo alle ossa. Siccome mio salmone sembra scemo ma non lo è, ogni autunno si attrezza per il controautunno attuando tutte le strategie necessarie per simulare la sopravvivenza. Solo che le energie per pensare ogni giorno a sopravvivenza non gli permettono di fare altro che respirare, e così sopravvivenza all'autunno è essa stessa effetto dell'autunno, causa e principio di ogni programmatica azione, andandosi infine a coincidere controautunno e autunno stesso.
Se tu pensassi a un salmone diresti che la sua stagione è l'autunno, lo diresti per esclusione, giacché il salmone odia la neve e perciò l'inverno, non sa che farsene delle robe fiorite primaverili, e trova davvero di scarso interesse le intelligenze di ferragosto. Invece a mio salmone l'autunno per fargli fare le cose lo devi insultare, lo devi imboccare dei cereali kellogs, devi convincerlo che nel pentolino non c'è latte di lurida mucca ma acqua pura e tiepida, tiepida significa non troppo fredda e non calda estate.
Mio salmone l'autunno è ossessivo di acqua come se dovesse lavarsi via vecchie squame, salvo che non ha il coraggio di uscire e rimane bloccato sotto l'acqua bollente per ore. Io lo traguardo nella cassetta ustionato, immobile non sa leggere altro che topolino. Con una pinna rassicura il piumone e sembra implorare una tregua, si tocca la gola cercando di sciogliere il nodo, e con gli occhi sembra chiedere solo la strada più breve per topolinia.

 

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17/09/2008

136. Sputi & Spari su Scipio Slataper.

Sottotitolo: Scipio sarebbe sul serio scrittore?

Sarà stupido: sparo su Scipio Slataper, sfidando seicentomila solidali suoi seguaci. Spero salvarli. Simpatizzanti, segnatevelo: 1912 significa soprattutto scrittura straniera. Sostituite Soffici su Slataper se sentite strani sentimenti strapaesani.
Sorvoliamo sullo scrittore soprannominato Sigfrido (studi superiori, succursale strada stadion 2, sposato, successivamente soldato -similmente Serra - stroncato 1915); spingiamoci subito sulla sua scrittura superficiale: scioccamente seminato su stampa, Slataper scrisse stronzate scopiazzando supremi scrittori. Seppe sperimentare? Scordatevelo. Seppe slegare strutture sintattiche? Se sentenziate sì, sbagliate.
Sapeva solo sbrodolare su se stesso: suicidi, spaccaterra, stranieri, sloveni (s’ciavi), scalate, scampagnate, salite sul Secchieta, supposte solitudini, sentimenti sciocchi, simbolismo sciatto. Spacciava Super-io stravaganti, soggettività surreali.
Si spese scrivendo sempliciotte storie. Storie… stiamo scherzando? Sudo soprannominando suoi scritti storie. Sono solo “sovrastrutture” sconcertanti.
Semplifichiamo su sintagmi scelti:

[196*]
“sciampf! […] Sciampf […] sciampf, sciampf” (significativo! Superbo!)

[198]
“stam, stam, stam, stamm” (siate sinceri, sarebbe scrittura?)

[131]
“sentire sorrisi” (scontata sinestesia)

[82, sedicesima sequenza **]
“sono solo” (solitudine sottolineata sempre. Sei solo? Sappilo, stop)

[89, sequenza seguente, sdraiandosi sul selciato]
“sono stanco” (se sei stanco, suggerisco smettere subito scrittura)

[sparsi]
“sono”, “sei”, “siamo”, “siete” (Su, Scipio, scegli!)

Sforzandoci sapremmo seguitare, solo sarebbe stomachevole. Siamo seri, Slataper scriveva senza scrivere. Solamente Stuparich (scaltro, sagace!) si sorbiva Scipio supponendolo singolare scrittore. Sarà.
Sottolineo sommariamente solo sei sicurezze:

- Senza Slataper si stava stupendamente
- Slataper, scrivendo, sembra stupido
- Se siete studiosi sorvolate sempre Slataper
- Seguaci slataperiani, scegliete: 1. strappate suoi scritti; 2. sparatevi
- Scritture simili speriamo spariscano. Scordiamocele.
- Simpatizzate solo scrittori sani (scapigliati, Svevo, Saba)

Sintetizzando (sarò schietta): Scipio Slataper, scrittore stucchevole, sperava sesso scrivendo.
Senonché si sbagliò.

Saluti,
superbo Salmone.


* sto studiando su scritto stampato su Scrittoricontemporanei 2007
** sì, suoi scritti sono suddivisi su sequenze. Scontato. (sentenza storicamente soggettiva, sebbene sia sicura)

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31/08/2008

135. Comizi d'amore o anche Amor ti vieta o anche Il mio ragazzo ha spento il telefono.

Ipotesi: sul perché non vorrei sposarmi.

Le mie note preferite sono il do e il sol.
Ho anche una chitarra che si chiamava gipippa prima che i comitati leninisti dopo un'irruzione a casa mia mi hanno fatto notare che la walt disney è una società capitalista e che non potevo chiamare un oggetto con il nome della macchina di indiana pipps. La mia chitarra era normale prima che un mio amico, convincendomi che era capace di accordarla, la fece monca tirando così tanto un piolino da far saltare una corda. La fu mao-gipippa-tung, in ciliegio tutta, giace impolverata vicino alla libreria ed è il simbolo supremo di due cose: il capitalismo, a lunghe distanze, perde sempre; le velleità giovanili, a lunga distanza, si sopiscono.
Ho fatto un corso di chitarra spagnola con la signora Zapatera, mi considerava così talentuosa che alla quinta lezione mi ha detto: hai una bella voce, perché al posto di venire qui non vai a farti un bel corso di canto?
Le note sono più importanti dei segni zodiacali per capire le affinità di coppia. Io non potrei mai innamorarmi di uno che dice che la sua nota preferita è il mi. È talmente vera questa teoria che quelli che vanno a sposarsi invece di dire voglio passare la mia vita con te, amore mio, rispondono al sacerdote di turno, o al sindaco, o chi per esso, con un sibilante sibillino SI collettivo. Qualche manciata di minuti prima i due sposini sono entrati in differita con una marcia nuziale, la maggiorparte dei casi scelta senza nessuna cognizione di causa, come dire “ci sposiamo sul solco della tradizione, cara, e non sappiamo neanche cosa stiamo ascoltando”. Alcuni sposi fanno anche lo sforzo di cercare un'originale alternativa al classico pa-para-pa---pa-paaa-rapa, come dire “caro, non ci sposiamo sul solco della tradizione, facciamo consapevolmente i diversi, salvo riservarci il resto della vita monotono e uguale come tutti gli altri”. Allegria. Questo è un buon motivo per cui non mi sposerò mai: il si che dovrei pronunciare, come il mi, proprio non lo sopporto.


Tesi: Per un'analisi parziale all'istituzione dell'amore contrattuale.

Un mio amico ha criticato il titolo della mia tesina di laurea che iniziava con la preposizione articolata “Sul”. Diceva che su e per sono un retaggio degli anni sessanta, che in quegli anni tutti gli scritti accademici apparivano in questa modalità: Sui salmoni che giacciono nelle discariche abusive; Sui pesci neorealisti e le organizzazioni internazionali laiche troppo laiche, Per un commento alla peste bubbonica manzoniana apparsa sui salmoni lombardi nel seicento.
Non sono in grado di dire se questo sia storicamente vero o no, ma per non essere condannata di attentato all'economia narrativa tralasceremo il problema.
L'istituzione dell'amore, come tutti sappiamo, è arrivata con la rivoluzione francese. Prima le cose erano molto più facili, ci si sposava perché non si poteva fare altro, perché non c'era maria de filippi alla televisione, perché i matrimoni erano combinati. Oggi come oggi abbiamo fatto un grande salto di qualità, i matrimoni se li combinano i diretti interessati, che si costringono da soli alla finzione dell'innamoramento perpetuo, o al comune accordo di tenerezza senza fine, per guadagnarsi una vecchiaia socialmente accettabile. Nessuno si scandalizzi di questo: c'è solo una cosa peggiore della morte, cioè la morte in compagnia della solitudine. Inutile dire che per salvaguardarsi non si deve puntare sulla longevità del compagno. La vedovanza è una questione di statistica e probabilità. In molti casi si punta sui figli, che nel momento in cui ci sono dovrebbero (salvo casi brutali) stare vicino ai genitori.
Credo che sia necessario andare a monte della questione, non basando le nostre tesi su ciò che possiamo dire a proposito del matrimonio in sé, crisi del primo secondo decimo ventesimo anno, calo di desiderio, monotonia della quotidianità, e il marito che non vuole accompagnarti al centro commerciale e la moglie che ti usa troppo la carta di credito e il marito che si fa l'amante e la moglie che si fa l'amante e il dimenticarsi perché si sta insieme e negare negare negare e lasci la tavoletta alzata e non mi aiuti nelle faccende domestiche e i figli che devono fare sport e il mutuo e il lavoro che ti porti a casa e ho sacrificato i miei interessi e ritardi sempre la sera e quante cene di lavoro e i tuoi amici mi odiano e chi è quella segretaria e chi è quel tuo personal trainer eccetera eccetera. Questo è il campo delle possibilità da lasciare ai registi e agli scrittori italiani, ed è soprattutto il campo dell'intimità di ognuno, che non possiamo giudicare da fuori. Anche perché poi arriva sempre quello che dice che nonostante tutto, nonostante queste tristezze di ogni giorno, capita quella volta che ci abbracciamo e allora sento quanto sono fortunato barra fortunata. Certo, anche uno che si martella la testa tutto il giorno e a un certo punto si ferma perché ha il braccio stanco si sente all'improvviso meglio.
La nostra tesi allora, senza scomodare esempi pratici e sparare sulla crocerossa, può essere formulata a partire da una domanda teorica basilare: quante volte ci innamoriamo nella vita?
Io dico almeno una volta alla settimana. Ma per chi lavora a casa, o per chi è più impegnato di me, magari una volta al mese. Allora è bene fare una ricerca sociologica, su un campione di diecimila o ventimila persone, e sapere da loro di quante persone si innamorano per strada, al bar, sul lavoro. Poi c'è quello che dirà ma io non mi innamoro proprio di nessuno, io sono felicemente fidanzato da due giorni e non guardo le altre. Certo, ho contemplato anche questo caso, che avviene quando la persona spegne i suoi occhi, le antenne che spuntano dalla testa vengono riabbassate e non vengono più captati gli stimoli dall'esterno. Noi tutti siamo animali narrativi. Questo vuol dire che chi più chi meno crea delle piccole storie mentali basandosi sul “come sarebbe se...”, “ma se mi comportassi così...”, “cosa avverrebbe nel caso in cui...”.
C'è chi le fa elaborate, con tanto di citazioni letterarie (“ma come può leggere, se l'aria è già sì...”), chi più platoniche (ah, se solo potessi condividere la mia narratività mentale con la sua, in questo connubio di narratività inespresse), chi a luci rosse (censurato).
Se ognuno di noi mettesse in pratica per un attimo tutto quello che gli passa per la testa il mondo sarebbe finito. Nessuno si sposerebbe, i figli non avrebbero genitori e non crescerebbero nella culla perbene e perversa della famiglia. Il mito del ti amo per sempre va alimentato con la fatica di tutti i giorni, con qualche bugia, con qualche film di kevin costner ma più in generale con mediaset.
La pratica di dosare le nostre narratività nel mondo reale è quindi una pratica per salvarci dal caos.
Tutti quelli che non sanno amare in questi modi, che non riescono a pensare che un giorno dovranno lasciare definitivamente le loro narratività a favore di un'unica sola persona, coloro che non si calano nell'illusione che c'è una persona al mondo che se venisse sezionata combacerebbe con la nostra metà. Tutta questa gente fa parte di un limbo pericoloso.
Considerazioni così potrebbero far pensare ai più nichilisti che è l'amore e non il matrimonio il vero problema, perché è l'amore che non conosciamo, il termine sta lì e lo usiamo per tante cose senza sapere mai di cosa stiamo parlando. Sappiamo solo che ci serve a definire qualcosa di nebuloso che unisce istinti bassi a sovrastrutture etiche e sociali. Paure a desideri, palpitazioni di cuore ad altre palpitazioni, necessità individuali a solidarietà tra esseri umani. Chi dice che l'amore salverà il mondo non sa neppure di cosa sta parlando. L'amore, se noi lo conoscessimo veramente, ci ricorderebbe una volta in più quanto siamo pericolosi sulla terra.
Con queste premesse per niente ottimiste l'istituzione del matrimonio in realtà si salva, perché se interpretato in termini seri e meno velleitari, in termini contrattuali voglio dire, risulta un buon compromesso grazie al quale dare un ordine e un significato alle nostre picciole vite.



E ora una canzone allegra sull'amore nella sua prima fase (da cantare in piedi e pensando ad una coppia qualsiasi dopo quindici anni di matrimonio):

Aspetti signorina le dirò con due parole
chi sono, chi sono e che faccio,
come vivo, vuol?
Chi son, chi son? Son un poeta
che cosa faccio? Scrivo,
e come vivo vivo.
In povertà mia lieta
da gran signore
riverimmi d'amore
per sogni e per vivere
e per castelli in aria,
l'anima mia d'aria...
Dolor dal mio forziere
rubandoti i gioielli
due ladri gli occhi belli
v'entrar con voi pur ora
e i miei sogni usati
e i miei sogni miei
e tosto si dilegua
ma il furto non m'accora
poiché, poiché v'ha preso stanza
la speranza.
Or che mi conoscete
parlate voi
de' parlate, chi siete?
Vi piaccia dir.

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10/08/2008

134. Io e mio salmone domestico ore sei e trenta andiamo a scoprire il mondo

il mondo ancora una volta ci appare grande e puntiforme, ombrellinato di dame vestiti bianchi a pallini azzurri laghetti cigni verdi arancioni blu. E dall'ultima ancora una volta il mondo è cambiato, dall'altra parte dell'olmo da passaggio federalista trasversale non cammina più di traverso, dritto dritto con cravatta a pois e argentato fermapois. Madrelinguaspagnola ha un ghigno diverso e pare contenta, Pessoa sulla panchina, naso al cielo, gamba accavallata, tranquillo e in pace. Pacifico avvocato, accalmato dai traguardi futuri, procede senza pensamenti. Oggi io di tutto questo cosa posso fare? Senza avventura, fontana improvvisa, guizzo dinamico di acqua spruzzata. Ma laggiù, oltre la siepe, in tutta la sua bellezza c'è avvocatessa, un ugolino crucciato, linee contratte sulla fronte, pugno al mento, incerta del suo involucro e degli altri. Ed è guardando lei che oggi io ritrovo la vita, lo sfrigolio del vento, la sfida al mutamento, mai dritto e sempre dritto ad ali incerte. Il misterioso mozzafiato navigare, su mari non sicuri, fuori dai porti, a rischio naufragio. Per imitazione lo faccio mio. E a vista, da lontano, io e salmone sulla zattera a guardare.

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04/08/2008

133. Catalogo delle stelle

salgo su re teodorico per svuotarmi con due dita la testa e da lì sopra mi arrampico sul mio posto che è davanti a tre alberi da cimitero che lasciano un ritaglio a ponte pietra-casa di carla fracci-duomo, mentre a destra il mio san giorgio, i miei tetti di casa rossi, il mio fiume. arriva mio salmone domestico che si arrampica vicino a me, si incrocia ai miei pensieri e mi dice che se avesse un telescopio per medici mi visiterebbe perchè non mi vede bene. Il mio problema, penso osservando gli omini che vanno su e giù per il ponte, il mio problema è che mi piacciono gli oggetti. Così quando ho visto quell'oggetto che hai sul tavolo io mi sono innamorata di te e di te tutto. Mi innamoro quando vedo le librerie degli altri perché traccio un percorso di significati passati che sono tutta la storia di un uomo. Così, di tutta questa felicità mentale, mi rimane solo l'idea, un significante, un oggetto che gira. Io in altri modi non so amare, per me l'amore è tangibile e a volte porta l'etichetta lavare a mano. e quando guardo nel cielo tutto il catalogo delle stelle abbasso gli occhi per la troppa bellezza del catalogo delle mie, tantissimi oggetti perfetti meticolosamente siglati per mese e per anno e lasciati lì sulla luna. mi ricompongo cercando il decumano. francesi e romanzi americani, rispettivamente mattina e sera. è il responso di mio salmone domestico. una volta al dì, per dieci giorni. e tra dieci giorni, mi dice, basta harmony su lumicino: avventurose fresche avventure.

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05/07/2008

Siamo seri, a nessuno importa di un salmone. Qui si sta parlando di un affare con le lische.

132. Esercizi salmonedomestici

Era mezzogiorno, la stazione affollata. Ho incontrato mio salmone domestico a Gare Saint-Lazare. Aveva un cappello niente male, nuovo di zecca, e un sovrabito perfetto che lo faceva ancora più bello. Litigava con un tizio che continuava a spingerlo. Ho rivisto mio salmone due ore dopo, ma non gli ho detto niente. Vicino a lui una sagoma si lamentava circa un bottone.

 

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22/05/2008

131. La felicità mentale

Cerco in Dante tutte le opere edizione rosso mammut, eredità di quell'insegnante che mi diceva di comprarle, perché utili per trovare in fretta sassolini. E ti cerco tutto lì dentro, perché altrove non so cercarti e perché ho paura di romperti, spezzarti, violarti in qualche modo. Ti ritrovo addirittura nel secondo libro de vulgari e se mi sposto in altri luoghi ci sei talmente da irrossire. E penso che avevo ragione quando dicevo al giovane poeta di salerno che voi uomini a parlare d'amore siete noiosi, ma a scrivere invece no. Poi penso anche che per omissione di onestà non ho aggiunto questo, che io sono noiosa in l'uno e l'altro, e l'uno neanche riesco. E se per avarizia di sentimento (freno all'erta, nozioni chimiche, ingegneria dei cuori) lo schermo specchio si moltiplica a montagna, dietro te, e tutto è fermo. Ti sospendo per lasciare un po' di parte al dopo, perché io conosco la felicità mentale, la so bene e non so cos'è.

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10/05/2008

130.  Nodi al pettine.

Sono le zero zero e quarantuno e non ho nessun vestito nero. Ho centoventuno euro di fondotinta e rimmel in mano e la desolazione. Aspetto lunedì e i tutti i giorni. Il mio sorriso giornaliero è stato pensare a te, e pensandoti immaginare se in queste situazioni tu avresti trovato un modo di proteggermi. Un giorno e ti decreterò passato. Ma ancora ricordo quel pomeriggio, quando traguardandoti hai smosso qualche ingranaggio interno e intorno, un certo sorriso, morso di labbro inferiore, e poi via.

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27/04/2008

 
 
129. Altri scarti: barbarani 3
 
Barbarani ride. Ma poi ci pensa e da quegli occhi sembra balenargli un'idea. Buteleta, conòsito Castel San Piero? Certo, gli dico, come si può non conoscere San Pietro? Non si sa mia eh, risponde un po' bruscamente, con tuto quel tempo che te pasi fora de le mura te saresti bona a scordartelo. Alora se vedemo doman, a Castel San Piero, par le quatro. Puntual me racomando. Sissignore, rispondo, domani alle quattro a Castel San Pietro.
 La vista di Verona, da Castel San Pietro, lascia senza fiato. Da lì sopra la città diventa chiara, si rivela la mappa precisa di quell'idea che fu romana di costruire reticoli geometrici fatti di strade e sotto le strade le cloache e sopra le strade gente che cammina, carri che lasciano segni sulle pietre, eserciti pronti a difendere un impero.
 Per salire fin là sopra c'è una vecchia stradina, che inizia appena superato Ponte Pietra e sale su su per trecento scalini di ogni forma. Deve aver pensato a questo Berto Barbarani quando, mentre io e salmone ci incamminavamo in via Cappello per tornare a casa, ha avuto un sussulto, un tentennamento, e mordendosi un labbro forse si è chiesto che diavolo di idea aveva avuto a darmi appuntamento fin là sopra, con la vecchiaia che ormai lo immobilizza, con le giunture che ormai vanno per conto loro. A questo deve aver pensato Berto Barbarani, quando con gli occhi alzati verso l'orizzonte si è reso conto che ormai ero troppo lontana dalla sua vista per farmi un cenno, e allora, guardando verso palazzo Maffei e l'inizio di corso Santa Anastasia, sbuffando si è rimesso fermo, con un ghigno, a far la statua.
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128. Altri scarti, barbarani 2

  Te doei proprio andar in lombardia a studiar, no' l'è vera? Con tute le scole che avemo noialtri? Padoa, Venessia, ma anca Verona, a Verona gh'è otime scole... te fasea proprio schifo studiar a Verona? Sento che se non intervengo per placare le sue ire non ci sarà verso di chiedergli un consiglio. Così, gli dico con goffi gesticolamenti, così messa la scena, eco, vorìa portarve soto a una finestra granda, tuta saor de vecia poesia, a colonete, che se racomanda a quei che passa, che no i volta via sensa guardarla, sensa far dimanda de quale vecia casada, eco, la sia, chi sia mai quel paron che la comanda. 
  Barbarani si rasserena. Un po' meglio, mi dice. C'è ancora qualche errorino, ma apprezzo le buone intenzioni. Avanti, continua. Signor Barbarani, interrompo, io veramente ero venuta qui per un consiglio. Un consiglio? Chiede stupito. E perché non me l'hai detto prima? Perché Lei voleva... Volevo, volevo...parla, sentiamo. 
  Ecco vede, questo salmone l'ho incontrato in Valpolicella qualche settimana fa. Era smarrito, e visto che noi veronesi siamo di core bono...parla par ti, mi dice...di core bono, continuo, ho pensato di portarlo a casa mia finché non ritrovasse la sua famiglia. Ma sa, la mancanza di affetti, l'incapacità di relazionarsi con gli altri, non so che dirgli, è molto triste. Così racconto nei particolari la storia di mio salmone domestico. Non avrebbe forse qualche suggerimento? Almeno un consiglio di vita, che se no questo qui mi si uccide.
Consigli? Buteleta, mi dice, dovevi andar da ben altri. Veramente, mormoro abbassando lo sguardo...sto zitta un po', penso a come spiegarglielo. Ho la netta sensazione di aver capito il suo pensiero, con quella modestia che lo caratterizza voleva suggerirmi che forse era meglio andare da Dante, che sta proprio lì vicino, nella piazza dei Signori, dove c'è il vecchio palazzo del Governo [...], e le tombe degli Scaligeri che furono un tempo i signori di Verona [...]. Avevo pensato, gli dico, avevo pensato anche io al Sommo Poeta... Sto zitta, capisco di averla detta grossa, cerco di giustificarmi in qualche modo.Ma sa sior Berto, e inizio a biascicare in dialetto, quasi a voler stabilire con lui un certo grado di confidenza, quel poeta me parèa tropo ciapà a scriver de cose larghe... un po' massa grandi per noialtri povereti...per 'ste cose un po' tropo, come posso spiegarme, particolari... par uno che ha passà la vita a parlar de gente granda, e allora, continuo, non so, ma ho pensato che lù, signor Barbarani, alto sì, non voio mia dire che lù... che l'è cosi bravo e alto, l'è alto ma anca capace de spiegarci, voio dir...non se offenda, ma se potesse in qualche modo darme lù un consiglio più tereno... Gente granda? Dice lui accigliato. Buteleta ma ti l'eto leta la Comedia? Mi sì sior Berto, eco forse non l'ho capìa proprio tuta tuta, sior Berto so cosa vole dirme... ma come posso spiegarme, pensavo che lù...Basta, basta, dice seccato. E poi che c'entra Dante. Ah, dico stupita, forse volèa dirme de Catullo? Barbarani mi guarda con disapprovazione. La poesia, mi dice, non ha mai salvà nessuno. Poi si calma, inizia a parlarmi con fare paterno. Potevi andare da Cangrande a Castelvecchio, da qualche altro combattente... una statua equina la trovavi, suvvia, foss'anche Vittorio Emanuele... Ma per chi mi ha preso sior Berto? Dico sdegnata. Qualcuno, continua senza ascoltare le proteste, che potesse darvi dei consigli veri, che vuole che le dica un poeta? Adesso che sei qui, ormai... ma prima devo meditare al caso. Allora direi che potremmo vederci domani. Sempre qui? E dove se no?

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127. Dallo sgabuzzino: bozza incontro barbarani 1.

Vorìa cantar Verona

Le bancarelle del mercato di piazza delle Erbe non sono ancora pronte, qualche carretto moderno deve essere ancora portato in piazza. Di lì a poco turisti e veronesi passeranno, la massaia comprerà pomodori e insalata, altri saranno alla ricerca di una statuetta dell'Arena, qualcuno azzarderà comprando una riproduzione in plastica della gondola veneziana o qualche collana di vetro di Murano. La mattina presto, verso le sette, la gente è poca, tutto il luogo è nella sua fase del comporsi. C'è un'aria di attesa, una sospensione di tempo. Porto in piazza mio salmone domestico, sembriamo due figure che si muovono lentamente in un generale fermo immagine, il rumore dei nostri movimenti lo percepisco, e come me i pochi altri sentono uguale.
   Mio salmone è irritato, non lo sente questo disfarsi graduale del silenzio, è troppo preso nelle sue solite lamentele. Perché, mi dice, non capisco proprio com'è che dobbiamo svegliarci così presto e venire fin qui. Tu, dice, tu devi avere qualche serio problema. Nessun problema, rispondo, stiamo andando a parlare con un grande poeta veronese. E il grande poeta, mi chiede stizzito, a che ora va a letto la sera per ricevere gente a quest'ora? 
   Arriviamo dal poeta, che vive in un angolo di Piazza delle Erbe. Mio salmone ci gira attorno, lo osserva con attenzione. Il poeta è immobile, guarda in alto, verso l'orizzonte, verso il cielo, è così immobile che anche il piccione ai suoi piedi per non fargli torto sta muto e fermo. Un po' statico, mi dice, questo tuo poeta. In effetti, a guardarlo bene, sembra addirittura che stia dormendo. Ha gli occhi semichiusi.      Torniamo a casa, gli dico, è chiaro che il poeta sta meditando e non saremo certo noi a disturbarlo. Mentre ci allontaniamo sentiamo qualcuno tossire. Non si saluta neanche, perbacco? Dice una voce alle mie spalle. Allora non stava dormendo, dice salmone. Dormire alle sette di mattina? Ma per chi mi avete preso? È palese che faccia finta di essere sveglio, dice salmone. Mi avvicino. Sicuro che non l'abbiamo disturbata? La sua voce... Sono raffreddato, risponde risoluto. Il raffreddore, penso, è il flagello universale di chi riceve visite mattutine. È una malattia che colpisce tutto l'anno, ferragosto compreso, e dura fino alle nove, dieci, a volte mezzogiorno. Poi magicamente scompare. Studi recenti attestano che la malattia si diffonde soprattutto tramite cornette dei telefoni. Io, ad esempio, mi ammalo moltissimo. Pronto? Stavi mica dormendo? Ho il raffreddore.  Signor Barbarani, gli dico. Avrei bisogno di...non ho molto da offrirle in cambio ma... Non ho molto, non ho molto, mi interrompe. Avanti, mi dice, su, inizia. Salmone mi guarda con aria interrogativa. Gli faccio segno di star zitto. Signor Barbarani, lo sa che la mia memoria non è molta. È dalle elementari...Avanti, mi dice, sentiamo come te la cavi. Incrocio le mani dietro la schiena e inizio: vorìa cantar Verona, a una serta ora de note, quando monta sù la luna: quando i boschi che dorme el par che i cora, dentro sogni de barche e de fortuna, drio a l'aqua de l'Adese, che va in serca de paesi e de sità. Sto zitta e lo fisso. La sai solo fin qui? No no signor Berto, stavo pensando solo a come inizia. E alora? Mi dice bonariamente, facendomi l'occhiolino. Riprendo: e alora che è finì tuto el sussuro, specchiarla zò ne l'Adese, dai ponti, e comodarla mi, muro per muro, tuta forte nel circolo dei monti. Il poeta Barbarani si acciglia. Devo aver fatto qualche errore. Non ci siamo, mi dice, non ci siamo per niente. Ti manca il suono, sbagli le parole. Le chiedo scusa, ha ragione, ma vede... Vedo solo che non va bene. In un impeto di arrabbiatura inizia a parlare in dialetto. Il bastone che tiene tra le mani si fa minaccioso.
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28/03/2008

125. Mi fido di te?

“Trova il trentenne”, era il gioco dell'amica di Ara, genovese, per questa campagna elettorale del partito democratico. Si trattava di trovare almeno una persona nata dopo il 1978 durante i comizi di Veltroni, giocofacile qui dove vivo io, che è pieno di studenti, mi sono detta, qui io vinco sicuro.
Io e mio salmone domestico questa mattina, usciti dall'aula tre, andiamo con Le Secretaire a fare delle fotocopie. Solo che davanti a santa maria qualcosa c'è riccardo che mi mette in mano la macchina fotografica e mi dice vai a fare delle foto per la rivista, dai. Ecco allora che proprio io e salmone, paladini della sobrietà e del silenzioso vivere, ci ritroviamo in mezzo alla folla lui con matita e foglio, io a scattare foto a bandiere del pd (brutte) e ad ascoltare persone nate prima del 1978 intonare una canzone di Jovannotti: beh, almeno un miracolo l'hanno fatto, mi sono detta. Eccolo lì, in tutta la sua bellezza, il nostro Walter Veltrons, il nostro Mosé americanizzato che divide la folla in due e passa il mare con il suo popolo, a stringer mani di tante persone che hanno una fede più forte di San Tommaso.
C'è ancora gente che ci crede, dico a mio salmone, com'è possibile?
Com'è possibile, gli dico, che la gente partecipi ancora ai comizi, ci creda ancora, si metta a cantare a squarciagola? Questo doveva essere un voto silenzioso, ho detto, si doveva andare con la fascia del lutto, con un minimo di sobrietà, a votare. Quasi a dire, va bene, qui votare si deve votare, ma almeno non riempiamoci la bocca di troppi buoni propositi. E mi chiedo, ma tutta questa gente che applaude cos'è? Dove ha vissuto in questi ultimi quindici anni?
È come se i cattolici avessero festeggiato cristo dopo la crocifissione senza neanche aspettare tre giorni.
Ed eccolo il Mosé festeggiante, impegnato in quei gesti da comunicatore che gli si addicono poco. Tutto quello che gli hanno messo addosso non va bene, non vanno bene quei goffi gesti berlusconiani che gli hanno insegnato, non va bene il lessico così ripulito. Poveraccio, mi dico.
Hai preso appunti? Chiedo a mio salmone domestico mentre torniamo da riccardo. Sì sì, mi dice, ho preso appunti. Afferro il foglio dalle sue pinne e leggo: non ci sono donne sul palco. Aperta parentesi, a parte la sindaca, frase cassata, chiusa parentesi. Hai scritto solo questo? Lo guardo con severità. Sei acido come l'idraulico liquido, dico a mio salmone silenzioso. Butto il foglietto nella spazzatura e lo prendo per mano. Andiamo, gli dico, mentre lui, ridendo, controlla le macchine di strada nuova e va dall'altro lato, canticchiando un stonato e perverso mi fido di te.

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12/03/2008

124. Tu sais chose sans frontiers


Tusaicosa è la malattia del secolo che ha perso di originalità anche dal punto di vista lessicale: sappiamo tutti che oramai se uno psico-tusaicosa non trova almeno una variante, un prefisso o un suffisso, una certa trasversalità del fenomeno, una persona affetta da tusaicosa non sta male nel modo giusto.
Sappiamotuttidicosa sto parlando. Freud diceva che la malattia viene a quelli che quando erano piccoli non hanno eseguito correttamente le operazioni di sblocco, una sequenza difficilissima che qui ricordo solo nella sua prima fase: alzare braccio destro e gamba sinistra, usando alluce del piede destro girare a trecentosessanta gradi come una ballerina con tutù, mettersi a testa in giù e dire tutta la tabellina del sette al contrario, fare un giro attorno alla boa nuotare a riva e sotterrarsi sotto sabbia in posizione fetale.
Gli sfortunati che non hanno avuto l'agilità neonatale necessaria per compiere le operazioni che ho qui esemplificato bisogna che prendano provvedimenti.
Dopo aver compiuto alcuni esperimenti su mio salmone posso dire che sono fermamente convinta che l'uso di medicine medicamentose può in certi casi aggravare la situazione, perché il rischio è che ti facciano venire esse stesse la tsc., ricordandoti ogni giorno che sei affetto da tsc. e ingerisci pillole per toglierti quella roba lì, mica l'influenza, malattia questa che ha mantenuto nei secoli una certa dignità lessicale. Allora ho pensato che l'unico modo per togliere a mio salmone tsc. è fargli fare giochisenzafrontiere. È risaputo che tenere la mente occupata in impegni quotidiani è il modo più semplice per non pensare. Il mio percorso di GSF si basa sullo svegliarsi la mattina il prima possibile, fargli fare una serie di giochetti quotidiani come lavori fatti nel minor tempo possibile, il numero massimo possibile di partecipazione alle lezioni, battere il record tra i partecipanti dell'Unione Europea in quanto a parole possibili dette al minuto. Neppure in bagno lo lascio pensare, imponendogli la lettura integrale di un quotidiano qualsiasi nel minor tempo possibile. La sera un'intervista immaginaria per il commento a caldo sulle prove, fatta ovviamente da quell'omino storico che fu il conduttore della nota trasmissione televisiva e che io segretamente adoravo. Si chiamava Ettore, se non ricordo male. Per ora il mio progetto fila liscio. Ma per quanto tempo posso tenere nascosto a un salmone che è arrivato ultimo anche nelle gare di nuoto?


Approfondimento nel minor tempo possibile.

Salmone: Chi è quel tizio che un pochino fa parlava di economia narrativa?
Io: Non lo so, è uno che si chiama con un nome corto corto, Dessa.
Salmone: E facciamola presto prestissimo, questa economia narrativa.
Io: D'accordo, subito subito.

BANG!

Dessa [rimpicciolendosi]: Ec...o...no...mi..a...splat.

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03/03/2008

123. Vite private dette in pubblico

cavolo, dico a salmone mentre sto sbobinando la conferenza numero meno due, cavolo caspiterina ho dimenticato di mandare un breve messaggio di testo alla mia amica. scrivile mail, dice salmone. non posso, gli dico io continuando a sbobinare con lo stesso stile di un pianista che fa concerti su mtv un fisico del ci enne erre che parla di genomi e nucleotidi. dettami che scrivo io, dice salmone, stranamente propositivo. amica, dico, scusa se non ti ho chiamato ma sono settimane indaffarate e come tu sai perchè mi conosci le mie settimane indaffarate sono le mie montagne di ore migliori perchè la lucidità è alle stelle e sono forte fortissima e non ho bisogno di nessuno e blablabla e non mi innamoro di nessuno e non ho bisogno di nessuno e non sento la mancanza di nessuno, aggiungi tu come ti pare, dico a salmone, poi metti: ma come tu sai oltre al lato positivo c'è che quando sono indaffarata ci vediamo meno. ma ci rivediamo a roma, scrivi. il nostro primo viaggio insieme, strano. come sarebbe a dire roma, dice mio salmone sorpreso. scrivi così. vai a roma? mh, forse. e io? tu come ti chiami? salmone domestico. no tu non vieni, non ci sei nei biglietti. i biglietti aerei sono nominali, non lo sai? e vai a roma senza di me? giusto ieri roma mi ha chiamato dopo due mesi e mi si è attorcigliata la gola e mi veniva da piangere che non riuscivo a parlare come un pianto liberatorio che stava lì lì da settimane e non usciva più tipo quando

(mentre piangevo ripensavo alle volte che mi veniva da piangere in questo modo e mi sono ripetuta se piangi è finita se piangi la montagna di ore diventa spazzatura e diventa nulla e non fai più nulla. sii professionale, mi sono detta, apri l'agenda)

a roma c'è a. che dovevo chiamarla, allora scrivile un bigliettino: inviata la busta + un cd in allegato + un abbraccio + attendo il tuo pezzo + a presto.

tutto questo dico a salmone in una serata di quasi arrivo primavera, davanti a tanti non bigliettini in pila, compilati meticolosamente a nome mio. una serata in cui il passato non si sente, e la corazzata di ferro mi trattiene da ogni pericolo. questo dico sopra la montagna delle ore buone, quelle sane e salvifiche, strizzando l'occhio a giovanna d'arco e gianmaria testa, dicendo a tizio di non essere debole di cuore, a caio che è perfetto così com'è, e a tiberio di non avere paura, spingendosi oltre l'accettabile e azzardando un retorico e colmo "la vita è una sola, mio caro".

postato da: lumicino alle ore 22:12 | link | commenti (3)
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