143. Virgola e altri racconti
Io e mio salmone domestico eravamo in stazione verona porta nuova, all'entrata principale, di fronte la nebbia e alle spalle una marea di turisti studenti famiglie. Ho avuto un sussulto, una commozione interiore. Stavo mortificando il tempo, da lì al treno regionale per milano lambrate, leggendo un libro, ed ecco che mi sovviene il mio primo libro, che non è I ragazzi della via Pàl come volevo pensare, bensì Virgola e altri racconti. Un pomeriggio estivo mi è entrato in un cono di luce. Tapparelle quasi giù, finestra aperta, un albergo della riviera, con la puzza di pesce fritto salire dalla sala ristorante, tende svolazzate, la luce entrare e non entrare (perché entrava e non entrava anche in quel libro che stavo leggendo, in stazione, al freddo); ed era uno di quei pomeriggi in cui entrare nell'acqua era la sola ragione di essere al mare; e questo pensiero di entrare nell'acqua era il tempo dell'attesa del Tutto, era la motivazione interiore ed esteriore della mia esistenza; e la richiesta di entrare in acqua, con la domanda se fosse già passato quel tempo misterioso chiamato 'digestione', diventava un'ossessione familiare, ai limiti della paranoia collettiva: aspetta altri cinque minuti, aspetta un'altra mezz'ora; sì, ora puoi, ma non andare troppo in là.
Virgola e altri racconti in questa giornata invernale da venticinquenne annichilita dal freddo mi ha commosso. La copertina bianca, linda, a sfumature azzurre, e Virgola tra le nuvolette, rassicurante, che esiste per il solo fatto di essere lì, su una nuvoletta, in attesa di nascere. Virgola illustrazione con poche frasi, in times new roman forse, ma certamente enormi, che non pretendono niente.
Ho fissato salmone e ho pensato che a confronto Virgola è un essere superiore, celeste, non dotato di ironia e sarcasmo e tristezza, e quindi un essere meraviglioso, di una purezza struggente. Virgola è superiore alla mia tazza “Constant quality coffee”, alla Lettrice di Faruffini, alle stampe dell'Olivetti, a tutti i lampioni del mondo. E anche, lo dico senza rabbia, è superiore al fondotinta chanel. Ho fissato salmone, serio nel suo lavoro di spallate su tutti quelli che gli passavano controcorrente. E nella controcorrente di Verona Porta Nuova il cono di luce si è spento, ho preso per mano salmone e gli ho detto basta così, accettiamo di non essere Virgola, giriamoci e rientriamo nella folla anche noi.
142. Anatomia del cuore salmonesco.
corazza da dieci mm di acciaio inox, poi arriva uno strato di sassolini, fango del Nilo, polistirolo, fogliame, trincea, cosini di plastica con l'aria dentro che se schiacci fanno plic, bastoncini di legno conficcati in fila indiana, tappaorecchie, carta da regalo, cemento, viti, catene, tirapugni, code di gambero alla piastra, sabbia & conchiglie, affastellamenti organizzati. rumori di disturbo, specchi, frattaglie. Valvole di pompaggio adattate allo zero positivo, e ricoperte da uno strato di spugna del mare dei tropici.
Infine un tocco di chanel n.5.
Detta così potrebbe anche sembrare che non esegua le sue normali funzioni battitive. Eppur, da un punto di vista strettamente tecnico, si muove.
141. Tutte le stoviglie del mondo
Io e mio salmone domestico stasera vicky qualcosa barcelona, filmaccio in accio per molti motivi, ma soprattutto perché
1. un titolo del genere non capitava dai tempi del fermo e lucia.
2. io e salmone volevamo andarcene subito dopo il primo tempo ma giaccanera ci ha accusato di presomalismo e allora per orgoglio siamo affondati nella poltrona cercando di guardare il film a metà schermo così da percepire metà fastidio; l'altra metà però era per l'accusa di giaccanera, e allora il fastidio è rimasto di unità uno.
3. capivamo io e salmone che in quel film c'era qualcosa da notare, ma non volevamo notarlo, ci siamo semplicemente rifiutati di guardarlo. e così le immagini si sono susseguite senza una visione prospettica del significato, senza uno spessore tattile, senza squame pescose, esattamente come feci a londra parecchi anni fa di fronte a un giurassico park due a inglese stretto, montatura di occhiali rotta, io e quell'altra dormienti in ultima fila.
mio salmone è annichilito da questa giornata, è annichilito non solo per stasera vicky qualcosa, ma per la giornata tutta e anche per il ventaccio che tira in accio per molti motivi provocanti quella cosaccia lì, che voialtri chiamate senso di colpa, e in realtà è solo una variante di cattolicesimo integralista.
Gira ventaccio quaggiù, e quando gira ventaccio mio salmone perde l'attitudine all'igiene del sonno e alla visione programmatica del mondo ossessivo-compulsiva: quando lava i piatti non mette le cose in fila a seconda del modello di bicchiere ikea, tazza azzurra poi verde poi a foglia, piatti prima di un tipo, poi di un altro. Mio salmone domestico quando gira ventaccio perde la bussola e la predisposizione alla sintassi lineare, e non riesce a leggere libri, si fa infinocchiare dalla dialettica-retorica spregiudicata di giaccanera, in una parola si sperde. Io, più pragmaticamente, mi spengo. Lo guardo nella sua cassettina di fragole che quando la pinna si appoggia su o diventa un po' fragile, gli dico che domani riparte tutto da capo, che domani con metodo ci rimettiamo a sistemare tutte le stoviglie del mondo.
140. Primi appunti salmoneschi per un dizionario italianista-italiano
1. non sarà inutile notare
a. non so se c'entra qualcosa, ma tant'é.
b. avviso che sto per dire una cosa del tutto inutile
note: si trova a volte con "forse" o "davvero", a seconda del grado di insicurezza dell'italianista che scrive (naturalmente crescente).
es.: non è inutile ricordare che Calvino inizia per C e finisce per O. [da Su Il sentiero dei nidi di ragno di I.Calvino, Certosa di Pavia 2001, p. 10]
es.: non sarà forse inutile ricordare che Calvino ha scritto Il sentiero dei nidi di ragno. [op.cit., p.13]
note: usato ovunque, ma in modo particolare nel lombardo-veneto e nelle aree montane, dove si assisterà a brevi precipitazioni.
sinonimi: non sarà fuori luogo, non sarà scontato, non sarà superfluo.
2. cartina tornasole
non si è ancora trovato un corrispettivo in italiano, per ora ci si accontenti di "carta, forbici, sasso".
note: usato molto in italia centro-meridionale e sud. prediletto dai romani nell'accezione "aò, cartina tornasore".
attestato talvolta in combinazione con 1: una non scontata c.t.
es.: questo libro può essere considerato una c.t. per approfondire i meccanismi del Gadda narratore [da Saggio su Il Gadda narratore, Roma 2003, p. 2001]
3. lavoro parziale, che necessiterà di ulteriori spogli/approfondimenti
a. il lavoro è finito, ma sono confuso.
b. bisognava fare uno spoglio infinito, e poi mi sono chiesto: ma chi me lo fa fare?
note: usato molto in valle d'aosta, piemonte, liguria, lombardia, toscana e lazio. sembrerebbe un prestito francese.
comprovato l'uso in ambito linguistico e filologico. più raro, ma comunque attestato (vd. infra), in ambito critico-letterario.
es. Non sarà scontato ricordare qui che Calvino ha vissuto parte della sua vita a San Remo. Abbiamo raccolto alcuni dati circa questi anni sanremesi, ma precisiamo che si tratta di un l.p., che necessiterà certamente di ulteriori approfondimenti.
4. Fin da subito/qui subito/fin da ora
attesta l'urgenza del non dire, come dire “sto per non dire una cosa subito, facendo finta di recuperarla alla fine del saggio, salvo poi dimenticarmi”
es. Preciso f.d.o. che in questo lavoro mi occuperò del Calvino calvinista. [da Saggio su Calvino e non sui calvinisti, Milano 2006, p.2]
5. appunti sparsi
mi sono fatto un culo così, ma adesso faccio quello che gli sono venute giù due o tre idee dal cielo
note: di frequente abbinato con 3.
es. Questi a.s., che ho elaborato nei miei ultimi trent'anni di lavoro, rappresentano una prima parziale revisione del Calvino narratore [op.cit., p.1]
6. Quel lodevole lavoro, ancora insuperato sebbene gli anni che ci distanziano
quel saggio di merda che mi tocca citare.
note: usato in tutta la penisola, questo incipit di frase in genere viene accostato ad una nota a piè di pagina che sottintende l'esatto contrario. A volte accade l'inverso: si spara nel testo, lodando poi l'autore sanguinante nelle note a piè di pagina. È un calco inglese, come si può ben capire dalla non scontata ironia insita nella frase.
es. Q. l. l., a. i. s. gli a. che ci d., rappresenta per noi un punto di partenza indiscutibile per la ricerca che stiamo affrontando.
Nota a piè di pagina: siamo proprio costretti a notare (contro la nostra volontà, giacché la bravura del collega non abbisogna qui di mie ulteriori specificazioni, e la mia eterna devozione a lui e alla sua scuola sono note) che in quel saggio mancava un'analisi di alcuni fatti peculiari, fatti che ci proponiamo in qualche modo di presentare nel corso di questo lavoro (ma non ora, essendo questo lavoro una serie di appunti sparsi, un primo approccio, un non scontato sguardo panoramico alla materia)[op.cit., p.4]
7. a nostro giudizio
a. nel giudizio comune, delle masse
b. sto dicendo una cazzata, la attenuo.
Usato molto dai critici militanti, giacché militano.
es. A n.g. questo nuovo libro rappresenta un passo in avanti per la letteratura italiana di oggi. [Corriere della Pera, recensione]
8. che tutti stavamo aspettando
significa che il critico in questione non legge, e le rare volte che legge dice che aspettava questo libro dall'ultima volta che aveva letto un libro, circa un anno prima. Usato anche nei circhi di moira orfei, con l'accezione di “ecco a voi l'elefante dalla doppia proboscide che tutti voi stavate aspettando”.
es.: Questo nuovo libro è il libro che tutti noi s. a. [Corriere della Pera, recensione]
9. Noi crediamo, noi pensiamo, ci sovviene
Io credo, io penso, mi sovviene. Oppure: Io e i miei amici invisibili crediamo, pensiamo, ci sovveniamo
es. Noi crediamo che questo non scontato lavoro porterà forse ad una nuova ricerca sul Gadda-non-finito. [op.cit., p.14]
10. crocevia
vedi nota 2. carta forbici sasso.
Sdoganato negli anni ottanta, oggi torna in auge alla grande e viene usato da tutti quegli studiosi che da piccoli volevano fare i vigili. Siamo costretti a notare che questa formula implica un segreto e non più confessabile (visto che è pratica ormai scontata) anticrocianesimo, meglio conosciuto come "spariamo senza farci vedere sulla croce rossa".
Attestato molto in ambito cinematografico.
es.: Il crocevia della letteratura italiana.
es.: Crocevia, rivista di letteratura.
11. Nomeautore narratore
si intende ribadire che l'autore è proprio narratore, e non viene studiato sotto il profilo estetico.
es.: Del Calvino narratore apprezziamo molto le sue scarpe. [op.cit., di nuovo]
139. Il tempo materiale o anche giorgiovasta mi ucciderà a sprangate o anche io con giorgiovasta ho un rapporto di amore e odio: io amo lui incondizionatamente e se mi dice buttati nel burrone lo faccio. Lui poi scenderebbe nel burrone e mi prenderebbe a sprangate.
Premessa con breve divagazione sui maestri della mia vita.
Giorgio Vasta ha il suo stile, e questo lo sa chi lo ha letto o lo ha sentito parlare. Ha il suo stile, la vastanarrazione, che per immagine è come un bimbo che lancia un sasso nell'acqua e da lì il sasso procede a salti e per ogni salto partono dei cerchi, in un movimento che - se non fosse per motivi tecnici, materiali - potrebbe anche essere infinito. Per un mese ho contato i giorni dall'uscita del suo romanzo, esasperando i librai della mia città con le mie invadenti insistenze. Poi un giorno il vastalibro è arrivato e io ho quasi avuto paura di incontrarlo. Non mi capita spesso di attendere fanaticamente l'uscita di un libro. Temevo che il libro non mi piacesse e nel contempo volevo che mi piacesse così come mi piace il vastainsegnante, il vastamaestro, il vastaconferenziere.
Dico vastamaestro perché io storicamente ho alcuni li maestri miei tutti maschi, che prediligo e venero iperbolicamente e periodicamente (qui ci sarebbe una parentesi sulle maestre, ma è molto complicato). Ho sempre avuto un bisogno freudiano di cercare maestri, li ho cercati con più fervore e più metodo delle donne che cercano un uomo da amare o di un bimbo che cerca il latte materno. Ne ho avuto bisogno a sei anni e ne ho bisogno anche oggi, e quando incontro una persona più vecchia di me e più intelligente di me ritaglio la sua faccia e la accosto ai miei tre maestri storici. Per queste persone io nutro un amore incondizionato, asessuale, puro e senza secondi fini. Avere un maestro non è una prassi da protocollo ministeriale e neppure la Gelmini potrebbe inventarsi una legge ad hoc. Ho sempre pensato che la scelta non dipendesse neppure dal lecchinaggio o dal grado di confidenza che un allievo cretino sa crearsi con il professore sbrodolando simpatia. Bisogna avere un talento per farsi scegliere, per avere un'affinità elettiva con il proprio maestro rispettando la giusta distanza. Ma se non avete talento fate come me: i maestri sceglieteveli voi e costringeteli brutalmente con la forza.
I miei tre maestri storici non si conoscono, ma per le loro caratteristiche, sebbene perfetti nella loro individualità, si compensano l'uno con l'altro andando a formare insieme le tre virtù cardinali: precisione, freddezza, temperamento. Li penso spesso insieme su una nuvoletta azzurro scuro, a triangolo, dove al vertice sta il più anziano per mia conoscenza. Che è un veneto professore torquatotassiano e colma i miei istinti repressi di precisione maniacale mai raggiunta. Ho sempre desiderato che lui mi scegliesse idealmente come sua allieva prediletta, come le scolarette di primo banco perfette e odiose, ma alla fine io e il mio pressapochismo non avevamo tempo di coltivare un qualche talento da apprezzare, e perciò siamo stati noi a scegliere lui, e così per il maestro numero due.
Il rude maestrovasta lo scelsi subito dopo che stroncò un racconto mio anno 2001, intitolato "thé verde" (e la giorgiosatira non si dilungò tanto sull'orribile storia, incentrata su una giovane aspirante suicida con problemi adolescenziali. Tutt'altro: il suo problema, che poi si tramutò nel mio attuale problema, fu nella parola stessa. In questo caso "thé"). Quel giorno facevo di tutto per stabilire un contatto con lui; avendolo io scelto come maestro volevo almeno farglielo sapere. Addirittura ricordo che feci una cosa contro la mia natura: intervenni tre volte in un dibattito in corso, in un'aula strabordante (più di sette persone). Volevo dimostrargli di essere degna di diventare una sua seguace e allieva. Non avevo nessuna intenzione di mollare la presa, nonostante lui avesse scelto come interlocutrice preferenziale una giovane scrittrice romana con l'accento marcato. E ancora giorgiovasta stroncò brutalmente i miei interventi e forse in lui ci fu anche una sottintesa stroncatura della mia parlata veneta, e così io ebbi in odio tutto l'impero romano e implorai i barbari per una devastazione completa, un incendio gigantesco, di Roma tutta. Era l'anno duemiladue, l'anno in cui decisi che entrava nella nuvoletta anche il mio terzo maestro. Di lui non parlo mai, perché è più di un maestro, è quasi un padre. E questo basta.
Approfondimento
Sulla potenza del giorgiovastismo: un giorno mi trovavo nello stesso albergo di giorgiovasta e non ricordandomi il nome dell'albergo chiedevo ai passanti "scusi mi dice la strada per l'albergo di giorgiovasta?" Beh, vi assicuro che le indicazioni me le davano e credo che ora stiano cambiando il nome sull'insegna. E ancora sul giorgiocentrismo: avevo sbagliato per la terza volta a prendere un biglietto del treno. Il terzo cambio di prenotazione l'ho fatto a due minuti dalla partenza e me l'hanno fatto solo perché ho detto allo sportello "devo prendere il treno che deve prendere giorgiovasta". Finisco qui perché immagino che sappiate tutti com'è andata quando ho chiesto da quale binario partiva il treno giorgiovasta-milano. Che nel frattempo da binario 6 è diventato binario giorgiovasta.
Approfondimento autoesegetico
Se qualcuno leggesse veramente questo intervento potrebbe chiedersi cosa c'entra questo intervento con salmone. Il mio storico maestro tra i vari nomignoli mi aveva incollato addosso quello di lumicino (un altro, tra i meno mortificanti, è calimero). Mi suggerì di scrivere su un blog invece di rompere le scatole a lui, e così io su lumicino iniziai parlando di joseph conrad, e lui fece uno sbadiglio e io cancellai tutto, e pescai un salmone, che prese a insultarmi lui. E giorgiovasta, vedendo la violenza del salmone contro di me, disse che quella violenza contro di me era cosa buona.
137. Salmone, sei vecchio, rassegnati
Mio salmone domestico sta sempre nella sua cassettina di fragole che quando dorme una pinna esce fuori e copre la o. Sta sempre nella sua cassettina perché è arrivato l'autunno, e l'autunno provoca a mio salmone scompensi+ricorrenze+depressioni+freddo alle ossa. Siccome mio salmone sembra scemo ma non lo è, ogni autunno si attrezza per il controautunno attuando tutte le strategie necessarie per simulare la sopravvivenza. Solo che le energie per pensare ogni giorno a sopravvivenza non gli permettono di fare altro che respirare, e così sopravvivenza all'autunno è essa stessa effetto dell'autunno, causa e principio di ogni programmatica azione, andandosi infine a coincidere controautunno e autunno stesso.
Se tu pensassi a un salmone diresti che la sua stagione è l'autunno, lo diresti per esclusione, giacché il salmone odia la neve e perciò l'inverno, non sa che farsene delle robe fiorite primaverili, e trova davvero di scarso interesse le intelligenze di ferragosto. Invece a mio salmone l'autunno per fargli fare le cose lo devi insultare, lo devi imboccare dei cereali kellogs, devi convincerlo che nel pentolino non c'è latte di lurida mucca ma acqua pura e tiepida, tiepida significa non troppo fredda e non calda estate.
Mio salmone l'autunno è ossessivo di acqua come se dovesse lavarsi via vecchie squame, salvo che non ha il coraggio di uscire e rimane bloccato sotto l'acqua bollente per ore. Io lo traguardo nella cassetta ustionato, immobile non sa leggere altro che topolino. Con una pinna rassicura il piumone e sembra implorare una tregua, si tocca la gola cercando di sciogliere il nodo, e con gli occhi sembra chiedere solo la strada più breve per topolinia.
136. Sputi & Spari su Scipio Slataper.
Sottotitolo: Scipio sarebbe sul serio scrittore?
Sarà stupido: sparo su Scipio Slataper, sfidando seicentomila solidali suoi seguaci. Spero salvarli. Simpatizzanti, segnatevelo: 1912 significa soprattutto scrittura straniera. Sostituite Soffici su Slataper se sentite strani sentimenti strapaesani.
Sorvoliamo sullo scrittore soprannominato Sigfrido (studi superiori, succursale strada stadion 2, sposato, successivamente soldato -similmente Serra - stroncato 1915); spingiamoci subito sulla sua scrittura superficiale: scioccamente seminato su stampa, Slataper scrisse stronzate scopiazzando supremi scrittori. Seppe sperimentare? Scordatevelo. Seppe slegare strutture sintattiche? Se sentenziate sì, sbagliate.
Sapeva solo sbrodolare su se stesso: suicidi, spaccaterra, stranieri, sloveni (s’ciavi), scalate, scampagnate, salite sul Secchieta, supposte solitudini, sentimenti sciocchi, simbolismo sciatto. Spacciava Super-io stravaganti, soggettività surreali.
Si spese scrivendo sempliciotte storie. Storie… stiamo scherzando? Sudo soprannominando suoi scritti storie. Sono solo “sovrastrutture” sconcertanti.
Semplifichiamo su sintagmi scelti:
[196*]
“sciampf! […] Sciampf […] sciampf, sciampf” (significativo! Superbo!)
[198]
“stam, stam, stam, stamm” (siate sinceri, sarebbe scrittura?)
[131]
“sentire sorrisi” (scontata sinestesia)
[82, sedicesima sequenza **]
“sono solo” (solitudine sottolineata sempre. Sei solo? Sappilo, stop)
[89, sequenza seguente, sdraiandosi sul selciato]
“sono stanco” (se sei stanco, suggerisco smettere subito scrittura)
[sparsi]
“sono”, “sei”, “siamo”, “siete” (Su, Scipio, scegli!)
Sforzandoci sapremmo seguitare, solo sarebbe stomachevole. Siamo seri, Slataper scriveva senza scrivere. Solamente Stuparich (scaltro, sagace!) si sorbiva Scipio supponendolo singolare scrittore. Sarà.
Sottolineo sommariamente solo sei sicurezze:
- Senza Slataper si stava stupendamente
- Slataper, scrivendo, sembra stupido
- Se siete studiosi sorvolate sempre Slataper
- Seguaci slataperiani, scegliete: 1. strappate suoi scritti; 2. sparatevi
- Scritture simili speriamo spariscano. Scordiamocele.
- Simpatizzate solo scrittori sani (scapigliati, Svevo, Saba)
Sintetizzando (sarò schietta): Scipio Slataper, scrittore stucchevole, sperava sesso scrivendo.
Senonché si sbagliò.
Saluti,
superbo Salmone.
* sto studiando su scritto stampato su Scrittoricontemporanei 2007
** sì, suoi scritti sono suddivisi su sequenze. Scontato. (sentenza storicamente soggettiva, sebbene sia sicura)
135. Comizi d'amore o anche Amor ti vieta o anche Il mio ragazzo ha spento il telefono.
Ipotesi: sul perché non vorrei sposarmi.
Le mie note preferite sono il do e il sol.
Ho anche una chitarra che si chiamava gipippa prima che i comitati leninisti dopo un'irruzione a casa mia mi hanno fatto notare che la walt disney è una società capitalista e che non potevo chiamare un oggetto con il nome della macchina di indiana pipps. La mia chitarra era normale prima che un mio amico, convincendomi che era capace di accordarla, la fece monca tirando così tanto un piolino da far saltare una corda. La fu mao-gipippa-tung, in ciliegio tutta, giace impolverata vicino alla libreria ed è il simbolo supremo di due cose: il capitalismo, a lunghe distanze, perde sempre; le velleità giovanili, a lunga distanza, si sopiscono.
Ho fatto un corso di chitarra spagnola con la signora Zapatera, mi considerava così talentuosa che alla quinta lezione mi ha detto: hai una bella voce, perché al posto di venire qui non vai a farti un bel corso di canto?
Le note sono più importanti dei segni zodiacali per capire le affinità di coppia. Io non potrei mai innamorarmi di uno che dice che la sua nota preferita è il mi. È talmente vera questa teoria che quelli che vanno a sposarsi invece di dire voglio passare la mia vita con te, amore mio, rispondono al sacerdote di turno, o al sindaco, o chi per esso, con un sibilante sibillino SI collettivo. Qualche manciata di minuti prima i due sposini sono entrati in differita con una marcia nuziale, la maggiorparte dei casi scelta senza nessuna cognizione di causa, come dire “ci sposiamo sul solco della tradizione, cara, e non sappiamo neanche cosa stiamo ascoltando”. Alcuni sposi fanno anche lo sforzo di cercare un'originale alternativa al classico pa-para-pa---pa-paaa-rapa, come dire “caro, non ci sposiamo sul solco della tradizione, facciamo consapevolmente i diversi, salvo riservarci il resto della vita monotono e uguale come tutti gli altri”. Allegria. Questo è un buon motivo per cui non mi sposerò mai: il si che dovrei pronunciare, come il mi, proprio non lo sopporto.
Tesi: Per un'analisi parziale all'istituzione dell'amore contrattuale.
Un mio amico ha criticato il titolo della mia tesina di laurea che iniziava con la preposizione articolata “Sul”. Diceva che su e per sono un retaggio degli anni sessanta, che in quegli anni tutti gli scritti accademici apparivano in questa modalità: Sui salmoni che giacciono nelle discariche abusive; Sui pesci neorealisti e le organizzazioni internazionali laiche troppo laiche, Per un commento alla peste bubbonica manzoniana apparsa sui salmoni lombardi nel seicento.
Non sono in grado di dire se questo sia storicamente vero o no, ma per non essere condannata di attentato all'economia narrativa tralasceremo il problema.
L'istituzione dell'amore, come tutti sappiamo, è arrivata con la rivoluzione francese. Prima le cose erano molto più facili, ci si sposava perché non si poteva fare altro, perché non c'era maria de filippi alla televisione, perché i matrimoni erano combinati. Oggi come oggi abbiamo fatto un grande salto di qualità, i matrimoni se li combinano i diretti interessati, che si costringono da soli alla finzione dell'innamoramento perpetuo, o al comune accordo di tenerezza senza fine, per guadagnarsi una vecchiaia socialmente accettabile. Nessuno si scandalizzi di questo: c'è solo una cosa peggiore della morte, cioè la morte in compagnia della solitudine. Inutile dire che per salvaguardarsi non si deve puntare sulla longevità del compagno. La vedovanza è una questione di statistica e probabilità. In molti casi si punta sui figli, che nel momento in cui ci sono dovrebbero (salvo casi brutali) stare vicino ai genitori.
Credo che sia necessario andare a monte della questione, non basando le nostre tesi su ciò che possiamo dire a proposito del matrimonio in sé, crisi del primo secondo decimo ventesimo anno, calo di desiderio, monotonia della quotidianità, e il marito che non vuole accompagnarti al centro commerciale e la moglie che ti usa troppo la carta di credito e il marito che si fa l'amante e la moglie che si fa l'amante e il dimenticarsi perché si sta insieme e negare negare negare e lasci la tavoletta alzata e non mi aiuti nelle faccende domestiche e i figli che devono fare sport e il mutuo e il lavoro che ti porti a casa e ho sacrificato i miei interessi e ritardi sempre la sera e quante cene di lavoro e i tuoi amici mi odiano e chi è quella segretaria e chi è quel tuo personal trainer eccetera eccetera. Questo è il campo delle possibilità da lasciare ai registi e agli scrittori italiani, ed è soprattutto il campo dell'intimità di ognuno, che non possiamo giudicare da fuori. Anche perché poi arriva sempre quello che dice che nonostante tutto, nonostante queste tristezze di ogni giorno, capita quella volta che ci abbracciamo e allora sento quanto sono fortunato barra fortunata. Certo, anche uno che si martella la testa tutto il giorno e a un certo punto si ferma perché ha il braccio stanco si sente all'improvviso meglio.
La nostra tesi allora, senza scomodare esempi pratici e sparare sulla crocerossa, può essere formulata a partire da una domanda teorica basilare: quante volte ci innamoriamo nella vita?
Io dico almeno una volta alla settimana. Ma per chi lavora a casa, o per chi è più impegnato di me, magari una volta al mese. Allora è bene fare una ricerca sociologica, su un campione di diecimila o ventimila persone, e sapere da loro di quante persone si innamorano per strada, al bar, sul lavoro. Poi c'è quello che dirà ma io non mi innamoro proprio di nessuno, io sono felicemente fidanzato da due giorni e non guardo le altre. Certo, ho contemplato anche questo caso, che avviene quando la persona spegne i suoi occhi, le antenne che spuntano dalla testa vengono riabbassate e non vengono più captati gli stimoli dall'esterno. Noi tutti siamo animali narrativi. Questo vuol dire che chi più chi meno crea delle piccole storie mentali basandosi sul “come sarebbe se...”, “ma se mi comportassi così...”, “cosa avverrebbe nel caso in cui...”.
C'è chi le fa elaborate, con tanto di citazioni letterarie (“ma come può leggere, se l'aria è già sì...”), chi più platoniche (ah, se solo potessi condividere la mia narratività mentale con la sua, in questo connubio di narratività inespresse), chi a luci rosse (censurato).
Se ognuno di noi mettesse in pratica per un attimo tutto quello che gli passa per la testa il mondo sarebbe finito. Nessuno si sposerebbe, i figli non avrebbero genitori e non crescerebbero nella culla perbene e perversa della famiglia. Il mito del ti amo per sempre va alimentato con la fatica di tutti i giorni, con qualche bugia, con qualche film di kevin costner ma più in generale con mediaset.
La pratica di dosare le nostre narratività nel mondo reale è quindi una pratica per salvarci dal caos.
Tutti quelli che non sanno amare in questi modi, che non riescono a pensare che un giorno dovranno lasciare definitivamente le loro narratività a favore di un'unica sola persona, coloro che non si calano nell'illusione che c'è una persona al mondo che se venisse sezionata combacerebbe con la nostra metà. Tutta questa gente fa parte di un limbo pericoloso.
Considerazioni così potrebbero far pensare ai più nichilisti che è l'amore e non il matrimonio il vero problema, perché è l'amore che non conosciamo, il termine sta lì e lo usiamo per tante cose senza sapere mai di cosa stiamo parlando. Sappiamo solo che ci serve a definire qualcosa di nebuloso che unisce istinti bassi a sovrastrutture etiche e sociali. Paure a desideri, palpitazioni di cuore ad altre palpitazioni, necessità individuali a solidarietà tra esseri umani. Chi dice che l'amore salverà il mondo non sa neppure di cosa sta parlando. L'amore, se noi lo conoscessimo veramente, ci ricorderebbe una volta in più quanto siamo pericolosi sulla terra.
Con queste premesse per niente ottimiste l'istituzione del matrimonio in realtà si salva, perché se interpretato in termini seri e meno velleitari, in termini contrattuali voglio dire, risulta un buon compromesso grazie al quale dare un ordine e un significato alle nostre picciole vite.
E ora una canzone allegra sull'amore nella sua prima fase (da cantare in piedi e pensando ad una coppia qualsiasi dopo quindici anni di matrimonio):
Aspetti signorina le dirò con due parole
chi sono, chi sono e che faccio,
come vivo, vuol?
Chi son, chi son? Son un poeta
che cosa faccio? Scrivo,
e come vivo vivo.
In povertà mia lieta
da gran signore
riverimmi d'amore
per sogni e per vivere
e per castelli in aria,
l'anima mia d'aria...
Dolor dal mio forziere
rubandoti i gioielli
due ladri gli occhi belli
v'entrar con voi pur ora
e i miei sogni usati
e i miei sogni miei
e tosto si dilegua
ma il furto non m'accora
poiché, poiché v'ha preso stanza
la speranza.
Or che mi conoscete
parlate voi
de' parlate, chi siete?
Vi piaccia dir.
134. Io e mio salmone domestico ore sei e trenta andiamo a scoprire il mondo
il mondo ancora una volta ci appare grande e puntiforme, ombrellinato di dame vestiti bianchi a pallini azzurri laghetti cigni verdi arancioni blu. E dall'ultima ancora una volta il mondo è cambiato, dall'altra parte dell'olmo da passaggio federalista trasversale non cammina più di traverso, dritto dritto con cravatta a pois e argentato fermapois. Madrelinguaspagnola ha un ghigno diverso e pare contenta, Pessoa sulla panchina, naso al cielo, gamba accavallata, tranquillo e in pace. Pacifico avvocato, accalmato dai traguardi futuri, procede senza pensamenti. Oggi io di tutto questo cosa posso fare? Senza avventura, fontana improvvisa, guizzo dinamico di acqua spruzzata. Ma laggiù, oltre la siepe, in tutta la sua bellezza c'è avvocatessa, un ugolino crucciato, linee contratte sulla fronte, pugno al mento, incerta del suo involucro e degli altri. Ed è guardando lei che oggi io ritrovo la vita, lo sfrigolio del vento, la sfida al mutamento, mai dritto e sempre dritto ad ali incerte. Il misterioso mozzafiato navigare, su mari non sicuri, fuori dai porti, a rischio naufragio. Per imitazione lo faccio mio. E a vista, da lontano, io e salmone sulla zattera a guardare.
133. Catalogo delle stelle
salgo su re teodorico per svuotarmi con due dita la testa e da lì sopra mi arrampico sul mio posto che è davanti a tre alberi da cimitero che lasciano un ritaglio a ponte pietra-casa di carla fracci-duomo, mentre a destra il mio san giorgio, i miei tetti di casa rossi, il mio fiume. arriva mio salmone domestico che si arrampica vicino a me, si incrocia ai miei pensieri e mi dice che se avesse un telescopio per medici mi visiterebbe perchè non mi vede bene. Il mio problema, penso osservando gli omini che vanno su e giù per il ponte, il mio problema è che mi piacciono gli oggetti. Così quando ho visto quell'oggetto che hai sul tavolo io mi sono innamorata di te e di te tutto. Mi innamoro quando vedo le librerie degli altri perché traccio un percorso di significati passati che sono tutta la storia di un uomo. Così, di tutta questa felicità mentale, mi rimane solo l'idea, un significante, un oggetto che gira. Io in altri modi non so amare, per me l'amore è tangibile e a volte porta l'etichetta lavare a mano. e quando guardo nel cielo tutto il catalogo delle stelle abbasso gli occhi per la troppa bellezza del catalogo delle mie, tantissimi oggetti perfetti meticolosamente siglati per mese e per anno e lasciati lì sulla luna. mi ricompongo cercando il decumano. francesi e romanzi americani, rispettivamente mattina e sera. è il responso di mio salmone domestico. una volta al dì, per dieci giorni. e tra dieci giorni, mi dice, basta harmony su lumicino: avventurose fresche avventure.
Siamo seri, a nessuno importa di un salmone. Qui si sta parlando di un affare con le lische.
132. Esercizi salmonedomestici
Era mezzogiorno, la stazione affollata. Ho incontrato mio salmone domestico a Gare Saint-Lazare. Aveva un cappello niente male, nuovo di zecca, e un sovrabito perfetto che lo faceva ancora più bello. Litigava con un tizio che continuava a spingerlo. Ho rivisto mio salmone due ore dopo, ma non gli ho detto niente. Vicino a lui una sagoma si lamentava circa un bottone.
131. La felicità mentale
Cerco in Dante tutte le opere edizione rosso mammut, eredità di quell'insegnante che mi diceva di comprarle, perché utili per trovare in fretta sassolini. E ti cerco tutto lì dentro, perché altrove non so cercarti e perché ho paura di romperti, spezzarti, violarti in qualche modo. Ti ritrovo addirittura nel secondo libro de vulgari e se mi sposto in altri luoghi ci sei talmente da irrossire. E penso che avevo ragione quando dicevo al giovane poeta di salerno che voi uomini a parlare d'amore siete noiosi, ma a scrivere invece no. Poi penso anche che per omissione di onestà non ho aggiunto questo, che io sono noiosa in l'uno e l'altro, e l'uno neanche riesco. E se per avarizia di sentimento (freno all'erta, nozioni chimiche, ingegneria dei cuori) lo schermo specchio si moltiplica a montagna, dietro te, e tutto è fermo. Ti sospendo per lasciare un po' di parte al dopo, perché io conosco la felicità mentale, la so bene e non so cos'è.
130. Nodi al pettine.
Sono le zero zero e quarantuno e non ho nessun vestito nero. Ho centoventuno euro di fondotinta e rimmel in mano e la desolazione. Aspetto lunedì e i tutti i giorni. Il mio sorriso giornaliero è stato pensare a te, e pensandoti immaginare se in queste situazioni tu avresti trovato un modo di proteggermi. Un giorno e ti decreterò passato. Ma ancora ricordo quel pomeriggio, quando traguardandoti hai smosso qualche ingranaggio interno e intorno, un certo sorriso, morso di labbro inferiore, e poi via.
128. Altri scarti, barbarani 2
Te doei proprio andar in lombardia a studiar, no' l'è vera? Con tute le scole che avemo noialtri? Padoa, Venessia, ma anca Verona, a Verona gh'è otime scole... te fasea proprio schifo studiar a Verona? Sento che se non intervengo per placare le sue ire non ci sarà verso di chiedergli un consiglio. Così, gli dico con goffi gesticolamenti, così messa la scena, eco, vorìa portarve soto a una finestra granda, tuta saor de vecia poesia, a colonete, che se racomanda a quei che passa, che no i volta via sensa guardarla, sensa far dimanda de quale vecia casada, eco, la sia, chi sia mai quel paron che la comanda.
Barbarani si rasserena. Un po' meglio, mi dice. C'è ancora qualche errorino, ma apprezzo le buone intenzioni. Avanti, continua. Signor Barbarani, interrompo, io veramente ero venuta qui per un consiglio. Un consiglio? Chiede stupito. E perché non me l'hai detto prima? Perché Lei voleva... Volevo, volevo...parla, sentiamo.
Ecco vede, questo salmone l'ho incontrato in Valpolicella qualche settimana fa. Era smarrito, e visto che noi veronesi siamo di core bono...parla par ti, mi dice...di core bono, continuo, ho pensato di portarlo a casa mia finché non ritrovasse la sua famiglia. Ma sa, la mancanza di affetti, l'incapacità di relazionarsi con gli altri, non so che dirgli, è molto triste. Così racconto nei particolari la storia di mio salmone domestico. Non avrebbe forse qualche suggerimento? Almeno un consiglio di vita, che se no questo qui mi si uccide.
Consigli? Buteleta, mi dice, dovevi andar da ben altri. Veramente, mormoro abbassando lo sguardo...sto zitta un po', penso a come spiegarglielo. Ho la netta sensazione di aver capito il suo pensiero, con quella modestia che lo caratterizza voleva suggerirmi che forse era meglio andare da Dante, che sta proprio lì vicino, nella piazza dei Signori, dove c'è il vecchio palazzo del Governo [...], e le tombe degli Scaligeri che furono un tempo i signori di Verona [...]. Avevo pensato, gli dico, avevo pensato anche io al Sommo Poeta... Sto zitta, capisco di averla detta grossa, cerco di giustificarmi in qualche modo.Ma sa sior Berto, e inizio a biascicare in dialetto, quasi a voler stabilire con lui un certo grado di confidenza, quel poeta me parèa tropo ciapà a scriver de cose larghe... un po' massa grandi per noialtri povereti...per 'ste cose un po' tropo, come posso spiegarme, particolari... par uno che ha passà la vita a parlar de gente granda, e allora, continuo, non so, ma ho pensato che lù, signor Barbarani, alto sì, non voio mia dire che lù... che l'è cosi bravo e alto, l'è alto ma anca capace de spiegarci, voio dir...non se offenda, ma se potesse in qualche modo darme lù un consiglio più tereno... Gente granda? Dice lui accigliato. Buteleta ma ti l'eto leta la Comedia? Mi sì sior Berto, eco forse non l'ho capìa proprio tuta tuta, sior Berto so cosa vole dirme... ma come posso spiegarme, pensavo che lù...Basta, basta, dice seccato. E poi che c'entra Dante. Ah, dico stupita, forse volèa dirme de Catullo? Barbarani mi guarda con disapprovazione. La poesia, mi dice, non ha mai salvà nessuno. Poi si calma, inizia a parlarmi con fare paterno. Potevi andare da Cangrande a Castelvecchio, da qualche altro combattente... una statua equina la trovavi, suvvia, foss'anche Vittorio Emanuele... Ma per chi mi ha preso sior Berto? Dico sdegnata. Qualcuno, continua senza ascoltare le proteste, che potesse darvi dei consigli veri, che vuole che le dica un poeta? Adesso che sei qui, ormai... ma prima devo meditare al caso. Allora direi che potremmo vederci domani. Sempre qui? E dove se no?
127. Dallo sgabuzzino: bozza incontro barbarani 1.
Vorìa cantar Verona
125. Mi fido di te?
“Trova il trentenne”, era il gioco dell'amica di Ara, genovese, per questa campagna elettorale del partito democratico. Si trattava di trovare almeno una persona nata dopo il 1978 durante i comizi di Veltroni, giocofacile qui dove vivo io, che è pieno di studenti, mi sono detta, qui io vinco sicuro.
Io e mio salmone domestico questa mattina, usciti dall'aula tre, andiamo con Le Secretaire a fare delle fotocopie. Solo che davanti a santa maria qualcosa c'è riccardo che mi mette in mano la macchina fotografica e mi dice vai a fare delle foto per la rivista, dai. Ecco allora che proprio io e salmone, paladini della sobrietà e del silenzioso vivere, ci ritroviamo in mezzo alla folla lui con matita e foglio, io a scattare foto a bandiere del pd (brutte) e ad ascoltare persone nate prima del 1978 intonare una canzone di Jovannotti: beh, almeno un miracolo l'hanno fatto, mi sono detta. Eccolo lì, in tutta la sua bellezza, il nostro Walter Veltrons, il nostro Mosé americanizzato che divide la folla in due e passa il mare con il suo popolo, a stringer mani di tante persone che hanno una fede più forte di San Tommaso.
C'è ancora gente che ci crede, dico a mio salmone, com'è possibile?
Com'è possibile, gli dico, che la gente partecipi ancora ai comizi, ci creda ancora, si metta a cantare a squarciagola? Questo doveva essere un voto silenzioso, ho detto, si doveva andare con la fascia del lutto, con un minimo di sobrietà, a votare. Quasi a dire, va bene, qui votare si deve votare, ma almeno non riempiamoci la bocca di troppi buoni propositi. E mi chiedo, ma tutta questa gente che applaude cos'è? Dove ha vissuto in questi ultimi quindici anni?
È come se i cattolici avessero festeggiato cristo dopo la crocifissione senza neanche aspettare tre giorni.
Ed eccolo il Mosé festeggiante, impegnato in quei gesti da comunicatore che gli si addicono poco. Tutto quello che gli hanno messo addosso non va bene, non vanno bene quei goffi gesti berlusconiani che gli hanno insegnato, non va bene il lessico così ripulito. Poveraccio, mi dico.
Hai preso appunti? Chiedo a mio salmone domestico mentre torniamo da riccardo. Sì sì, mi dice, ho preso appunti. Afferro il foglio dalle sue pinne e leggo: non ci sono donne sul palco. Aperta parentesi, a parte la sindaca, frase cassata, chiusa parentesi. Hai scritto solo questo? Lo guardo con severità. Sei acido come l'idraulico liquido, dico a mio salmone silenzioso. Butto il foglietto nella spazzatura e lo prendo per mano. Andiamo, gli dico, mentre lui, ridendo, controlla le macchine di strada nuova e va dall'altro lato, canticchiando un stonato e perverso mi fido di te.
124. Tu sais chose sans frontiers
Tusaicosa è la malattia del secolo che ha perso di originalità anche dal punto di vista lessicale: sappiamo tutti che oramai se uno psico-tusaicosa non trova almeno una variante, un prefisso o un suffisso, una certa trasversalità del fenomeno, una persona affetta da tusaicosa non sta male nel modo giusto.
Sappiamotuttidicosa sto parlando. Freud diceva che la malattia viene a quelli che quando erano piccoli non hanno eseguito correttamente le operazioni di sblocco, una sequenza difficilissima che qui ricordo solo nella sua prima fase: alzare braccio destro e gamba sinistra, usando alluce del piede destro girare a trecentosessanta gradi come una ballerina con tutù, mettersi a testa in giù e dire tutta la tabellina del sette al contrario, fare un giro attorno alla boa nuotare a riva e sotterrarsi sotto sabbia in posizione fetale.
Gli sfortunati che non hanno avuto l'agilità neonatale necessaria per compiere le operazioni che ho qui esemplificato bisogna che prendano provvedimenti.
Dopo aver compiuto alcuni esperimenti su mio salmone posso dire che sono fermamente convinta che l'uso di medicine medicamentose può in certi casi aggravare la situazione, perché il rischio è che ti facciano venire esse stesse la tsc., ricordandoti ogni giorno che sei affetto da tsc. e ingerisci pillole per toglierti quella roba lì, mica l'influenza, malattia questa che ha mantenuto nei secoli una certa dignità lessicale. Allora ho pensato che l'unico modo per togliere a mio salmone tsc. è fargli fare giochisenzafrontiere. È risaputo che tenere la mente occupata in impegni quotidiani è il modo più semplice per non pensare. Il mio percorso di GSF si basa sullo svegliarsi la mattina il prima possibile, fargli fare una serie di giochetti quotidiani come lavori fatti nel minor tempo possibile, il numero massimo possibile di partecipazione alle lezioni, battere il record tra i partecipanti dell'Unione Europea in quanto a parole possibili dette al minuto. Neppure in bagno lo lascio pensare, imponendogli la lettura integrale di un quotidiano qualsiasi nel minor tempo possibile. La sera un'intervista immaginaria per il commento a caldo sulle prove, fatta ovviamente da quell'omino storico che fu il conduttore della nota trasmissione televisiva e che io segretamente adoravo. Si chiamava Ettore, se non ricordo male. Per ora il mio progetto fila liscio. Ma per quanto tempo posso tenere nascosto a un salmone che è arrivato ultimo anche nelle gare di nuoto?
Approfondimento nel minor tempo possibile.
Salmone: Chi è quel tizio che un pochino fa parlava di economia narrativa?
Io: Non lo so, è uno che si chiama con un nome corto corto, Dessa.
Salmone: E facciamola presto prestissimo, questa economia narrativa.
Io: D'accordo, subito subito.
BANG!
Dessa [rimpicciolendosi]: Ec...o...no...mi..a...splat.
123. Vite private dette in pubblico
cavolo, dico a salmone mentre sto sbobinando la conferenza numero meno due, cavolo caspiterina ho dimenticato di mandare un breve messaggio di testo alla mia amica. scrivile mail, dice salmone. non posso, gli dico io continuando a sbobinare con lo stesso stile di un pianista che fa concerti su mtv un fisico del ci enne erre che parla di genomi e nucleotidi. dettami che scrivo io, dice salmone, stranamente propositivo. amica, dico, scusa se non ti ho chiamato ma sono settimane indaffarate e come tu sai perchè mi conosci le mie settimane indaffarate sono le mie montagne di ore migliori perchè la lucidità è alle stelle e sono forte fortissima e non ho bisogno di nessuno e blablabla e non mi innamoro di nessuno e non ho bisogno di nessuno e non sento la mancanza di nessuno, aggiungi tu come ti pare, dico a salmone, poi metti: ma come tu sai oltre al lato positivo c'è che quando sono indaffarata ci vediamo meno. ma ci rivediamo a roma, scrivi. il nostro primo viaggio insieme, strano. come sarebbe a dire roma, dice mio salmone sorpreso. scrivi così. vai a roma? mh, forse. e io? tu come ti chiami? salmone domestico. no tu non vieni, non ci sei nei biglietti. i biglietti aerei sono nominali, non lo sai? e vai a roma senza di me? giusto ieri roma mi ha chiamato dopo due mesi e mi si è attorcigliata la gola e mi veniva da piangere che non riuscivo a parlare come un pianto liberatorio che stava lì lì da settimane e non usciva più tipo quando
(mentre piangevo ripensavo alle volte che mi veniva da piangere in questo modo e mi sono ripetuta se piangi è finita se piangi la montagna di ore diventa spazzatura e diventa nulla e non fai più nulla. sii professionale, mi sono detta, apri l'agenda)
a roma c'è a. che dovevo chiamarla, allora scrivile un bigliettino: inviata la busta + un cd in allegato + un abbraccio + attendo il tuo pezzo + a presto.
tutto questo dico a salmone in una serata di quasi arrivo primavera, davanti a tanti non bigliettini in pila, compilati meticolosamente a nome mio. una serata in cui il passato non si sente, e la corazzata di ferro mi trattiene da ogni pericolo. questo dico sopra la montagna delle ore buone, quelle sane e salvifiche, strizzando l'occhio a giovanna d'arco e gianmaria testa, dicendo a tizio di non essere debole di cuore, a caio che è perfetto così com'è, e a tiberio di non avere paura, spingendosi oltre l'accettabile e azzardando un retorico e colmo "la vita è una sola, mio caro".